Inutile nasconderlo, le band australiane hanno qualcosa in più per quanto riguarda i suoni psych/stoner, soprattutto oggi che il genere “tira” meno negli States rispetto a qualche decennio fa. Sarà l’ostilità del paesaggio, la natura pericolosa che lo circonda o il fare parte di una scena che fa storia a sé, ma da quelle parti i gruppi non fanno fatica a diventare “cult” per gli appassionati, la lista è lunga e i Child ne fanno sicuramente parte. Originali, potenti, eleganti e sanguigni i tre musicisti di Melbourne tornano con un nuovo lavoro dopo il capolavoro “Soul Murder”, uscito ormai tre anni fa, un album di una bellezza disarmante tra blues, psichedelia e stoner rock senza eguali. “Rebirth”, titolo che suggerisce una nuova rinascita per Mathias Northway (chitarra e voce), Michael Lowe (batteria) e Rhys Kelly (basso), conferma la grandezza di una band che segue una sua strada ben delineata, mischiando il blues più fangoso e sporco proveniente dal delta del Mississippi allo stoner pesante e la psichedelia che troverete come colonna sonora dell’ultima camminata fatale nel deserto australiano, in una sorta di jam tra Corrosion Of Conformity, Black Sabbath e Kyuss in trip per il blues. Il nuovo album, dunque, non scende dall’eccellenza compositiva toccata dal suo predecessore grazie a sei straordinari brani che ne fanno un must per i cultori del genere. Citare il blues marchiato a fuoco dal groove di “Heavy Load” (Northway canta come un Lenny Kravitz fatto di stoner/blues e rock anni settanta in quello che è l’apice del disco) o il monolitico andamento doom blues di “Damned Heart” è cosa fatta, anche se “Rebirth” va affrontato di petto, ci si deve perdere tra le sue note per ritrovare la strada da percorrere con i Child che fanno da guida tra lava incandescente, deserti infuocati e paludi melmose. Altro lavoro da incorniciare per il trio australiano, altro passo verso l’immortalità artistica, non perdeteveli assolutamente.
