Pienone meritato per il concerto che i The Zen Circus hanno tenuto venerdì 12 giugno sera allo Sherwood di Padova. Un festival quest’ultimo che non ha bisogno di grandi presentazioni visto che da tanti anni caratterizza le estati padovane, attirando appassionati di musica provenienti da mezzo Stivale. Anche gli Zen Circus, a giudicare dal pubblico presente, non avrebbero troppo bisogno di presentazioni. D’altronde dal 2009, anno d’uscita di “Andate tutti a fanculo”, il trio toscano, divenuto nel frattempo combo con l’innesto del maestro Pellegrini alla seconda chitarra, non ha mai smesso di ampliare la propria fanbase. E come ha testimoniato il concerto stesso la risposta risiede in una qualità che, per fortuna, non è scevra da qualche ispidità. 

Anche se si parla di sfumature, almeno nella misura in cui i fonici hanno svolto un eccellente lavoro sonoro nella serata in questione, di fatto limitando proprio le spine più rock. Appunto che mi sento di fare: la voce di Appino sulle parti più gravi si confondeva eccessivamente con la musica, facendo di fatto perdere qualche parola dei testi al pubblico. Un aspetto non secondario per una band che proprio sulla qualità lirica ha costruito il proprio successo. Ma la godibilità della serata è stata pienamente confermata dai sorrisi scambiati tra i presenti e la band, che non ha però dimenticato l’amarezza e la nostalgia riversata in buona parte del proprio repertorio. Compresa quella proveniente dal recentissimo album “Il male”, per il sottoscritto pienamente in corsa per le targhe Tenco come disco dell’anno. E non solo per la presenza di brani ficcanti come il riuscito singolo “Meglio di niente”, cantato a pieni polmoni da tutti, o “Miao” e “Vecchie troie”, anche questi proposti in concerto. Così come dalla titletrack proposta in apertura, e dalla significativa “Novecento”, il cui testo è una specie di manifesto sullo stacco generazionale dovuto all’avvento di internet. Un avvento che, tanto per essere chiari, sta isolando le persone, dando anche la sensazione errata di fare l’opposto. La distruzione di neuroni e creazione di “nuove” depressioni si respira in frasi come “E fattelo questo abbonamento mensile/Per vedere come va a finire”.

Ma gli Zen Circus non hanno tralasciato molto del proprio repertorio, contando infine ben 23 esecuzioni. Tra queste le significative “Catene” (“Stiamo diventando i nostri genitori”, canta sornione Appino) e “Il fuoco in una stanza”, tratte dall’omonimo lavoro che contiene alcuni dei testi più profondi mai composti da Appino e soci. D’altronde il ritornello “Non basta una città intera/per sentirti meno sola” si addice ad una massa di persone in cui ogni tanto spuntano smartphone a riprendere, come succede ormai ovunque: essere isolato nella massa. A proposito di Appino, il cantante quasi cinquantenne è apparso in splendida forma, sempre puntuale sulla chitarra acustica a livello ritmico e altrettanto a livello vocale. Anche la capacità di alternare brani ficcanti come “Gente di merds” e “Vent’anni” alla pseudo-ballad, ma sempre testualmente amara, “Appesi alla luna”, è scontato solo quando riesce. E in questo caso è riuscito, almeno quanto la riproposizione di quella che considero uno dei capolavori della loro musica: “I qualunquisti”. Questo brano nel tempo ha acquisito credibilità e ascolti, cosa che fin da subito ha fatto “Nati per subire” e ancora di più “L’anima non conta”, posta come bis prima di una travolgente “Viva”. Questa doppietta finale è stata il quid di un esibizione già eccellente, in cui non sono mancati nemmeno gli scambi sornioni e ridanciani tra un sempre puntuale Karim e il bassista UFO, importante nell’economia sonora degli Zen Circus al di là della presenza della seconda chitarra (elettrica) del Maestro Pellegrini, necessario a sua volta per cesellare i fill che continuano a rendere memorizzabili altri brani suonati durante la serata come “Non voglio ballare”, “Ilenia” e la vecchia “Figlio di puttana”.

Ora un piccolo escursus, perché a mio avviso gli Zen Circus, quanto meno dal 2009, sono divenuti un punto focale della musica italiana più sanguigna. Nella loro capacità di unire le influenze punk dei No means no al folk – sottolineato dall’utilizzo dell’acustica e ancor più dell’armonica in qualche brano – e al rock più sguaiato, hanno trovato una fonte aurea. Ma non solo per gli ascolti Spotify, sempre relativi per una band italiana specie non nativa digitale qual è questa, bensì per la credibilità. Già ricercata fin dalla nascita nel 1994, fin da una prima line up di cui rimane solo Appino, fin dai primi dischi totalmente in inglese con il nome di The Zen, passando per l’incontro con Brian Ritchie e l’album del 2008 che anticipa appunto il passo successivo e l’abbraccio alle liriche totalmente in italiano. Un movimento che poteva anche significare una chiusura, sicuramente al mercato internazionale, ma invece ha valorizzato fino in fondo la capacità critica, e ancor più quella lirica. Un percorso in cui si sono inseriti cronologicamente altri gruppi italiani che hanno dato significatività ad un certo tipo di rock, da non confondere assolutamente con quello “duro e puro” ma semmai indipendente ed alternativo in salsa italiana, come I Ministri e poi i Fast Animals and slow Kids o, più legati al recente passato, i lancinanti Il teatro degli orrori. 

Ad aprire la serata di venerdì 12 giugno l’interessante Lamante. La presenza minimale (due chitarre e un violino) su un palco molto grande come quello dello Sherwood non ha a mio avviso giocato particolarmente a favore all’esibizione. Ciononostante la qualità, anche dei brani estratti dal nuovo album “Non dico addio”, mi é parsa evidente. L’incedere della voce della cantautrice vicentina, di Schio, è scuro e secco, proprio come il folk dalle radici agricole che nei contraddistingue i passi discografici. Ma la sua è una qualità che l’ascoltatore deve conquistare attraverso il tempo e la dedizione. Bravi quelli dello Sherwood a sentirci lungo, invitandola. Per me però la presenza di Lamante resta ancora vagamente spiritica, forse anche a causa della partecipazione attiva all’ultimo concerto che vidi di quell’anima candida di Paolo Benvegnù, solo un mese prima della sua morte.