Ci sono band che, pur non avendo origini statunitensi, riescono ad impossessarsi dello spirito che anima il rock americano, specchiandosi nell’indie rock come nell’alt country in modo talmente convincente da risultare, pur nella loro imperfezione, assolutamente credibili. Una di queste sono sicuramente i Brown Horse, quartetto di Norwich che interpreta il genere con una dedizione e talento sopra le righe. La band inglese suona un crossover tra indie rock e country in cui non si contano i momenti di emozionante songwriting dove trapela la loro alchimia, con le atmosfere e le sensazioni scaturite dall’ascolto dei colleghi d’oltreoceano. Dopo due buoni lavori come “Reservoir” del 2024 e “All The Right Weaknesses” dello scorso anno, la terza prova è quella della maturità, consolidata da una raccolta di brani affascinanti, sempre in bilico tra tradizione country/roots rock e chitarre dall’elettricità alternativa, splendidi quadri in bianco e nero di una provincia americana mai così vicina al Regno Unito. La voce sorprendentemente sofferta e dai tratti ombrosi del chitarrista Patrick Turner fa da Caronte nel viaggio musicale che la band ci descrive con cura in “Total Dive”, sperimentando a suo modo, con un tocco di melanconica psichedelia, là dove la musica si fa più introversa. Tra le trame dei dieci brani proposti, tra cui cito le bellissime “Twisters”, “Hares” e “Heart Of The Country”, le influenze del gruppo sono molteplici e formano una solida base su cui costruire un sound personale e il proprio futuro artistico che, di questo passo non potrà che essere importante, bravi.
