Originario del New Jersey, ma di base a Nashville, Ben Brandt è un chitarrista e cantante già da parecchi anni in circolazione anche se “Solid Ground” risulta il suo primo album solista. Descritto come chitarrista blues, Brandt in questo lavoro non dà molti punti di riferimento giocando con il rock e il funk. Grazie all’aiuto di JD Simo, che suona la chitarra ritmica e produce l’album, Ted Pecchio al basso e Adam Arashoff alle pelli, il nostro dà vita ad una tracklist varia, intervallata per ben tre volte da jam (Matthew’s Tire Parts 1-3) che fungono da intermezzi che vanno dal blues, a solos di scuola hendrixiana mentre i brani danno risalto a un sound che ad ogni crocicchio cambia rotta come un’auto impazzita. Le ritmiche, che vanno dal soul al funk fino a toccare spartiti jazz in alcune occasioni, accompagnano le chitarre, energiche quanto basta per piacere ai fans del rock duro anni settanta. “Solid Ground” apre le danze con un rock sostenuto da buone ritmiche, mentre “Burning Bridges conferma da subito la vena compositiva di Brandt con il funk che prende il comando delle operazioni. “Parasite Blues” si inchina alla scuola rock blues di Bonamassa e Robin Trower, mentre “Little Something” per il sottoscritto è il brano più indicativo dell’album, dividendosi tra ispirazioni zeppeliane e funk/rock alla Lenny Kravitz. “Solid Ground” è un album che riesce ad accontentare più palati, per questo consigliato sia ai fans del rock blues che a quelli più inclini a sonorità soul/funk. Buona la prima quindi per il chitarrista statunitense.