Una storia lunga oltre tre decenni che oggi fa tappa con questo decimo album che, ho sentito voci, potrebbe essere l’ultimo per i lombardi/pugliesi Twent Four Hours, portavoce di un rock progressivo con influenze psichedeliche o se preferite il contrario. Colpisce l’incredibile atipicità della proposta (la copertina per esempio, a mio avviso poco efficace), veramente originale, dove si percepiscono influenze varie, direi Porcupine Tree, The Bevis Frond, Camel e persino Ultravox e Talk Talk, ma alla fine il sound è targato TFH al cento per cento. Il disco, registrato all’interno di un trullo, con la solita maniacalità del leader, audiofilo convinto, scorre come se fosse un vinile, con tanto di Side A e Side B, per cinque tracce a facciata, alcune in inglese, altre in italiano, situazione dove la voce unica del tastierista e leader Paolo Lippe, si muove comunque agile con una propria identità (ascoltate “Decenza” un quasi hit con un giro di tastiere avvolgente e “Complimenti”, sorta di denuncia al titolo di studio visto come obiettivo per il futuro), cantando di questi tempi incerti e dove diventa necessario prendere una posizione. Chiaramente brani come “Gen-Z” che strizza l’occhio ai Soft Machine, “Kept I Wine”, la title track, “Holes In The Earth”, “In cattive acque”, non solo belli, nel senso tradizionale del pop, pur se costruite su affascinanti melodie, ma il quintetto dei fratelli Lippe (Marco, leader a sua volta dei Nirnaeth, è alla batteria), ha una sua visione, che non lega con la banalità del tutto e subito di tanta musica attuale. Non mancano tre bonus che confermano la duttilità di scrittura del gruppo, il singolo dalle ombre new wave “Lament” è da ascoltare in anteprima, che chiude il disco con “La consapevolezza della fine”, che rimanda all’ipotesi azzardata in apertura: è davvero l’ultimo disco del gruppo? Se così fosse, difficilmente poteva esserci un addio più significativo e interessante.
