In questa sorta di “rubrica” ci stiamo occupando di artisti di un passato ormai remoto che però hanno anticipato i tempi o creato qualcosa a cui hanno attinto le generazioni di musicisti successive.
I Beatles farebbero al caso nostro ben più di una volta. Scegliamo la più fuori schema.
Che i Beatles abbiano inventato molto di quello che poi è accaduto nella musica rock e contemporanea, è indubbio. Fra le altre cose, nel giugno del 1968 hanno pure creato il primo (e il più famoso di sempre) esempio di rumore, o “musique concrete” come viene e veniva definito all’epoca, contenuto in un disco rock.
Smessi i panni dei quattro baronetti in giro sui palchi di tutto il mondo, e poi scoperte le meraviglie dello studio di registrazione fra “Revolver” e “Sgt. Pepper”, i Fab Four continuarono ad aggiungere al loro bagaglio di conoscenze numerose influenze musicali e artistiche. Fra quelle riconosciute e presenti nelle loro canzoni, Smokey Robinson, Bob Dylan, Elvis, Chuck Berry, i Byrds, i Beach Boys.
Ma all’altezza dell’album bianco, 1968, i quattro cominciavano a spingersi anche oltre, con un livello di creatività (e a volte di pretenziosità) che George Martin stesso cominciava a considerare “fuori controllo”.

Era solo tempo perché si arrivasse alle influenze “non musicali”. Ai tagli di nastri, ai loop, alle bobine suonate al contrario. Niente di estemporaneo, ma un interesse crescente sia da parte di John che di Paul, per la musica contemporanea, anzi per la “musique concrete”, quella che si componeva di suoni più che di note. Prima Paul e poi John si innamorarono del lavoro in questo campo di Karlheinz Stockhausen, che sembrava poter soddisfare per un momento la loro insaziabile sete di creatività legata allo studio di registrazione.
Karlheinz si meritò un posto nel pantheon di volti sulla copertina di “Sgt. Pepper”, ma soprattutto indusse indirettamente Paul e John a cominciare a pasticciare coi nastri e gli effetti.
“Facevo già cose del genere per divertimento – spiegava Paul – ma non avevo mai pensato che fossero pubblicabili. John invece mi incoraggiava sempre”.
Quando arrivò il momento di registrare “The Beatles”, il seguito di “Sgt. Pepper”, eravamo già davanti a un ex gruppo trasformatosi in un’unione occasionale di quattro teste creative. Ognuno portava in studio le sue cose e gli altri collaboravano alla registrazione. Addirittura in molte occasioni i Beatles prendevano due o tre studi di Abbey Road contemporaneamente, lavorando ognuno con una diversa squadra di tecnici e poi condividendo e rifinendo con gli altri, se era necessario.
Ma niente aveva preparato nessuno, né loro stessi, né i tecnici, né i milioni di ascoltatori che acquistarono il “White Album” già nei primi giorni di pubblicazione, a “Revolution n. 9”.
The continuing “Revolution n. 1”
Come nasce uno dei brani più controversamente celebri dei Beatles? Dell’influenza di Stockhausen abbiamo parlato, ma Lennon ne aveva anche un’altra, ben presente e ben chiara: “Ho sentito un po’ delle cose registrate da Yoko Ono, non tanto lo screaming o gli ululati, quanto parti spoken o giocate sul suo respiro, e mi hanno intrigato, ho pensato ‘voglio fare qualcosa di simile anche io’”.
Yoko aveva lavorato più volte con John Cage, un altro musicista non convenzionale. Mettendo insieme tutte queste influenze, John concepì un insieme di voci, suoni, rumori tratti da diverse fonti.
“La versione lenta di Revolution che compariva nel “White Album” – spiega John – era stata registrata con una lunga coda che andava avanti per circa sei minuti. Ho preso la parte che sfumava e ho sovrapposto tutto il resto, mantenendo di base lo stesso ritmo”.
Detta così sembra semplice: in realtà nessun pezzo dei Beatles prese mai tanto tempo e lavoro quanto “Revolution n. 9”.
La registrazione, o meglio il concepimento del brano, cominciò la notte del 6 giugno 1968, subito dopo l’incisione di “Don’t pass me by” di Ringo. John, George e lo stesso Ringo, salirono nelle librerie in cui erano contenuti musica, suoni e registrazioni della Emi in cerca di effetti e rumori. Ne tirarono fuori quella notte una dozzina circa, più qualcosa che John aveva da parte per conto suo. George sosteneva che furono lui e Ringo a scovare il nastro di prova che un tecnico indicava come numero 9.
“Mi piaceva come lo diceva – spiegava John – per cui ho voluto inserirlo quasi come uno scherzo. Ma del resto io sono nato il 9 ottobre, ho vissuto al numero 9 di Newcastle Road. Il numero 9, l’ultimo dell’universo dopo il quale si torna allo zero, è sempre stato ricorrente nella mia vita.
La ricerca di John (ora solo con Yoko, mentre Paul registrava “Blackbird” in un altro studio) proseguì anche il 10 e 11 giugno quando vennero catalogati altri effetti.

Tecnici con le matite
Ma il vero, duro lavoro arrivò il 20 giugno, quando venne il momento di assemblare il tutto, operazione che oggi non richiederebbe troppo sforzo, ma che nel 1968, con nastri analogici e bobine, risultò davvero estenuante e complicata: vennero affittati tutti e tre gli studi di Abbey Road. Solo George era presente insieme a John e Yoko (questa è una delle rarissime volte in cui Paul, che era in America, non fu presente a una registrazione dei Beatles) e dieci macchine lavorarono insieme per far girare contemporaneamente e registrare i nastri assemblati o mandati al contrario con tutti gli effetti (alla fine ne sono stati identificati almeno 45, ma non è certo che siano tutti).
I loop, fatti di pezzi attaccati insieme, erano nastri di pochi centimetri, altri anche di un metro e andavano sostenuti con matite intorno alle quali il nastro girava: “C’erano dieci macchine che funzionavano – ricorda Geoff Emmerich, il tecnico che si occupò di questo lavoro al posto di George Martin – e tutti questi ingegneri del suono in camice bianco che tenevano in mano delle matite. John, George e Yoko ogni tanto entravano in uno studio e aggiungevano qualche parola sussurrata nel microfono. Avevamo già fatto un lavoro simile per “Tomorrow Never Knows”, il primo brano in cui i Beatles usarono nastri mandati al contrario. La differenza era che stavolta la session fu veramente lunga e fra i tecnici c’era parecchio risentimento. Alcuni erano lì dalle 9 del mattino e finimmo ben oltre la mezzanotte, tutti volevano andare a casa. E la session era veramente noiosa, passata tutta a far girare questi nastri e caso mai quando uno si rompeva, dovevano alzare il telefono e contattare le altre sale per fermare il lavoro”.
La mettiamo non la mettiamo
Scelto il mix che John preferiva, la registrazione, di “Revolution n. 9”, alla fine lunga 8 minuti, e 22 secondi, terminò alle 3,30 del 21 giugno 1968. Mark Lewisohn, storico delle registrazioni dei Beatles, fece un mastodontico lavoro per individuare tutti i loop. Fra i tanti, oltre alla frase Number 9, c’è un pezzettino del crescendo di “A Day In The Life”, ci sono stralci di diversi pezzi orchestrali di Beethoven, Sibelius, Schumann, chitarre elettriche (forse anche qualcosa di George), un colpo di pistola, piatti, risate, vetri rotti, clacson di auto, un coro di tifosi del football americano.
Ci fu ancora una session per convertire la traccia in stereo e poi il dibattito si spostò sulla tracklist dell’album. Secondo George Martin “il pezzo era interessante ma mi sembrava più una cosa di Yoko che di John”.
La prima volta che la sentì invece Paul disse “niente male”, che voleva dire in realtà che non gli piaceva. Al che John replicò “Niente male? Non sai quello che dici. Questo dovrebbe essere il nostro prossimo singolo e la direzione in cui dovrebbero andare i Beatles d’ora in poi”.
Per fortuna, diciamo, il successivo singolo fu invece “Hey Jude”, ma la provocazione di John serviva anche a dare forza al brano, che Paul non voleva assolutamente includere nel doppio album. Alla fine di due giorni di confronto il 15 e 16 ottobre, la scaletta dell’intero disco fu completata e a “Revolution n. 9” venne dato il posto subito prima della conclusiva “Good Night” di Ringo.

Una influenza senza fine
Difficile dire se questo pezzo, storico per i suoi tempi e forse ancora oggi, sia realmente piaciuto ai fans dei Beatles. Gli esperti del lavoro della band generalmente sostengono che la gente comune non lo capì. Il malinteso forse lo individuò John stesso parlandone in seguito: “Era un ritratto inconscio di quello che io credo avverrà quando sarà il tempo. Era come un disegno della rivoluzione in astratto. Pensavo di dipingere quel momento con i suoni, ma feci un errore perché era un pezzo anti-rivoluzionario. Credo che alla maggior parte dei nostri fans adolescenti non sia piaciuta, ma cosa posso farci?”.
Per gli addetti ai lavori invece fu effettivamente quello che è stata: un alto esempio dello spirito di sperimentazione e avventura che i Beatles stavano portando nelle loro registrazioni. Qualcosa che ti lasciava senza parole e senza fiato.
David Quantick, autore del libro “Making of The Beatles White Album” descrive “Revolution n. 9” come “una delle più eccitanti registrazioni mai realizzate, la più radicale e innovativa traccia capace di portare un disco rock al suo vertice”.
Curiosità
Ovviamente per gli appassionati della famosa “morte di Paul” fu un gioco mandare Revolution n. 9 all’indietro e individuare le frasi “Paul is dead” e “There were two, there are none now” (che sarebbe riferita al momento dell’incidente di Paul e “Lovely Rita”, prima in due e e poi entrambi scomparsi).


I Beatles non suonavano più dal vivo e quindi non eseguirono mai “Revolution n. 9”. E probabilmente non sarebbero riusciti comunque a rendere quella registrazione su un palco. Per molto tempo nessuno in generale si avventurò nel riproporla live, ma invece adesso la trovate in una versione bella e molto fedele a cura di Alarm Will Sound, un ensemble di venti musicisti dediti alla musica innovativa, che nel 2010 l’hanno riproposta per intero sul palco all’interno del loro spettacolo multimediale “1969”, senza interventi elettronici, tutto acustico, voci e rumori compresi. Si trova anche su disco: “Alarm Will Sound presents Modernists”.
Esistono anche alcune altre versioni (per la verità poche) realizzate però spesso con parti registrate e performance prevalentemente video.
Marilyn Manson ha registrato, come b-side del singolo “Get your Gunn” una sua versione ispirata al pezzo dei Beatles, intitolata “Revelation n. 9” della durata di quasi 13 minuti.
In un episodio dei “Simpsons” Barney incontra una ragazza seguendo le prove in studio di un gruppo chiamato The B-Sharps e si mette a registrare a sua volta ‘la miglior musica di tutti i tempi’: un pezzo in cui la ragazza (che somiglia a Yoko Ono) dice “Number 8” col sottofondo dei rutti di Barney.
Il White Album e quindi anche “Revolution n. 9” fu messo in vendita il 22 novembre 1968. Fu realizzato per la prima volta su cd nel 1987 poi di nuovo in edizione limitata per i 30 anni nel 1998. La prima versione mono di “Revolution n. 9” arrivò solo nel 2009 nella raccolta che riproponeva in tale formato tutti i dischi dei Beatles.