In breve tempo i newyorkesi Castle Rat sono passati da star del digitale, con ascolti milionari, a band con un futuro concreto da scrivere. Non serve spiegare che la curiosità si è innescata per la presenza al canto, alla chitarra e all’immagine, tutt’altro che trascurabile, di Riley Pinkerton, personaggio social con trascorsi da pin up ed un tentativo come cantante folk ed oggi sacerdotessa di una band metal con solide basi doom intrisa di passaggi epici e folk.

Il dubbio che sia una mossa a tavolino, la mascherata degli altri musicisti (una nota di merito per il chitarrista Franco Vittore Dutto), tra film horror di serie Z e la festa pagana di una qualche contrada del centro Italia è legittimo ma, credetemi, i Castle Rat vi faranno ricredere, perché c’è sostanza e talento. In molti l’hanno già fatto con l’esordio “Into The Realm” dello scorso anno e sono certo gli altri capitoleranno con questo “The Bestiary” dove con alcuni cambi di line up, ci mostrano ombre di Pentagram, Warlord, Bloody Ceremony, Wucan, Black Widow, che aleggiano tra i solchi dei tredici pezzi, due dei quali, “Wolf I” e “Wizard”, brani epic doom meravigliosi, sostenuti da irresistibili videoclip vintage. C’è più di un tocco di originalità, portato da alcuni fraseggi quasi rituali, come “Summoning Spell” e “Phoenix II”, mentre i sei minuti di “Sun Song” prendono lo stoner doom e lo trascinano all’interno di una caverna sacrificale. E poi “Siren”, “Unicorn”, “Cristal Cave” e “Serpent”, ogni pezzo dell’album regala qualche brivido inedito, tra riff eroici, cori pieni di enfasi e passaggi acustici che stregano. Difficile dire se i Castle Rat possano durare, per ora New York è lontana e i loro concerti sono pieni di fascino (cercateli su YouTube), ma davanti ad un pubblico limitato, come hanno dimostrato le due date italiane di giugno. Ed è proprio questa incertezza che mi suggerisce di non perdere l’occasione di apprezzarli finché sono in giro e con la possibilità di saltare il fosso. Cercarli a partita finita, sarebbe veramente un rimpianto non facile da vincere. Uno dei miei dischi dell’anno, senza nessun dubbio.
