Veramente vecchio, veramente rock

Che poi in realtà pare che non abbia realmente accoltellato il suo amplificatore, reo poveretto di non suonare abbastanza aggressivo, ma che abbia usato una semplice penna per farci dei buchi. Che si voglia credere alla versione più o meno romantica e letteraria o meno, Link Wray in un’epoca in cui gli altri al massimo si dilettavano con il tremolo, un po’ di riverbero, magari alzavano il volume, rivoluzionò il suono della chitarra, aprendo la strada (non lo diciamo noi qui, lo dicono le motivazioni che lo hanno introdotto nella Rock’n’Roll Hall Of Fame per la sua “musical influence”) a tutto il garage rock, alla psichedelia, all’heavy metal, al punk, di cui è stato riverito padrino.

E non è tutto: Link Wray vanta anche la particolarità di essere stato il primo nativo americano a diventare una star del rock’n’roll. La madre era una pura Shawnee, il padre un lavoratore che faticava ad arrivare a fine mese. Link (nato come Fred Lincoln Wray) ricorda l’infanzia povera sua e dei suoi due fratelli a Dunn, North Carolina, in una casa di una stanza, con un pavimento sporco e niente elettricità e con il Ku Klux Klan alle porte. “Arrivavano con quei loro cappucci, con le croci infuocate e noi ci nascondevamo sotto al letto, sperando che non fossero venuti per noi”.

Comunque, superata l’infanzia e dopo due anni sotto le armi, Wray ebbe finalmente nel 1949 la sua prima chitarra, si allenò suonando come il suo eroe Chet Atkins, provando i pezzi del suo cantante preferito Ray Charles e cominciando a capire che quel suono limpido della sei corde non faceva per lui. Provava quindi a cercare il riverbero, il feedback, il rumore e la distorsione, ottenuta appunto bucando l’amplificatore a mano. E poi venne quel giorno epocale.

Link suona a Fredericksburg in Virginia con i Wraymen, la band formata con  i fratelli Doug e Vernon e con il cugino Horton. Vorrebbe fare “The Stroll”, il singolo dei Diamonds del 1957, ma non se la ricorda bene e quindi la fa sua, con una serie di accordi cupi e carichi di fuzz, mentre la batteria di Doug segue minacciosa e a un certo punto, Vernon gira il microfono verso l’amplificatore di Link, moltiplicando il loop e la distorsione. . Questo pezzo nato per caso, viene richiesto a gran voce quella sera, per quattro o cinque volte. Link lo porta in uno studio a Philadelphia e lo incide per 75 dollari di spesa. Manda l’acetato, intitolato “Oddball” al boss della Cadence Records Archie Bleyer, che però è più uno da country o da Everly Brothers (la sua band di punta) e quindi passa il disco alla figlia, che lo adora e suggerisce un titolo migliore. “Rumble”. E’ il giorno della rivoluzione. “Rumble” diventerà un pezzo guida per il futuro del rock e sarà il primo (e forse unico) strumentale ad essere censurato dalle radio per incitamento alla violenza.

Magari pensate che stiamo esagerando con le iperboli su questo singolo e sul suo autore: ma se guardate “It Might Get Loud” il documentario con Jimmy Page, Jack White e The Edge che parlano delle loro radici, vedrete Jimmy mostrare orgoglioso una vecchia copia di “Rumble” mentre spiega quanto abbia dato l’impronta all’hard blues dei Led Zeppelin (e sarà lui nel 2023 a introdurre Link nella R’n’r Hall of Fame suonando proprio “Rumble”); in un’intervista a Stephen Colbert Iggy Pop ricorda di aver ascoltato il disco per la prima volta in un’aula studenti all’università del Michigan: “Ho lasciato la scuola d’impulso nel momento esatto in cui ho sentito Rumble”. E si racconta anche di Pete Townshend che incontra Link Wray in uno studio nel 1971 e si inginocchia letteralmente davanti a lui dicendo che “se non fosse stato per ‘Rumble’ non avrei mai preso in mano una chitarra”. “Rumble” arrivò al numero 16 delle charts (per uno strumentale un successo incredibile) ma Link non si ripeterà spesso con altre hit: “Raw Hide” (non quella dei Blues Brothers) arriverà al 23esimo posto, bene faranno anche “Jack The Ripper” e “Run Chicken Run”, ma Link Wray sarà sempre più un musicista alla ricerca del suono che un autore di canzoni di successo. In questo suo percorso avrà altri momenti davvero alti. Negli anni settanta si reinventò con una serie di dischi roots rock (tra cui l’omonimo “Link Wray” prodotto dalla Apple) che non ebbero vendite importanti ma inclusero nelle session grandi musicisti quali Boz Scaggs e Jerry Garcia, e che postumi sono stati, neanche a dirlo, rivalutati come classici del genere “Americana”. E poi un’altra deviazione nel 1977, quando ormai cinquantenne, si unì al cantante rockabilly Robert Gordon per due dischi (nel secondo anche un pezzo originale di Springsteen, “Fire”) apprezzati sia dai rockers devoti a Elvis che dal neonato punk, che amerà quelle cover frenetiche e distorte. E del resto Link non scenderà mai a nessun compromesso, mantenendo sempre la sua genuina e istintiva musicalità hard rock. Lo si può vedere in diversi video anche su youtube, anche in età ormai avanzata, vestito interamente di pelle, ostinatamente rivolto con le spalle al pubblico (i Jesus And Mary Chain avranno preso appunti?) alla ricerca del feedback con l’amplificatore. Resterà on the road fino alla fine, arrivata nel 2005 a 76 anni in Danimarca, da tempo sua patria adottiva. Il suo inno all’istinto sta racchiuso in questa frase, di una intervista dell’ultimo periodo, dopo quattro decadi di musica e due dozzine di dischi pubblicati: “Le compagnie discografiche non mi hanno mai lasciato fare quel che volevo. Di solito mi portavano in studio e mi dicevano ‘ok Link, proviamo qualcosa del genere’… Non hanno mai capito che la buona musica semplicemente accade. E’ così che ho fatto ‘Rumble’”.