Ho sempre apprezzato nella discografia di Bruce Springsteen (Leggi qui la recensione del suo concerto a San Siro, nda), la sequenza dal 1973 al 1987, che ci consegnò una serie inattaccabile di album, tanto artisticamente riusciti quanto stilisticamente diversificati.

In seguito ho parimenti sempre espresso la mia approvazione nel constatare il suo essere parco nelle pubblicazioni, dove ogni album era studiato nei minimi dettagli sia nei temi trattati che nell’ordine stesso delle tracce.

Questa cura nel predisporre ogni singolo lavoro ebbe come contro altare, a fronte di una celeberrima prolificità di scrittura , il portare a scartare brani su brani, anche di livello eccelso, che nel giro di qualche decennio portarono alla formazione di un vero e proprio tesoro di outtakes.

L’essere parco nelle pubblicazioni ebbe una sensibile impennata negli anni ’90, da sempre considerato il decennio “oscuro” di Bruce, mentre negli anni 2000 si assistette al contrario ad un per lui inusuale effluvio di nuove uscite, non sempre peraltro del tutto a fuoco.

Ci pensò dapprima “Tracks” nel 1999 a mettere ordine nell’orda di inediti e versioni alternate con un cofanetto di 4 cd, che fecero scoprire un autentico tesoro di brani eccelsi mai pubblicati, confermando che non di meri scarti si trattava.

Giunsero poi altre pubblicazioni a palesare di volta in volta questa sorta di carriera parallela di Springsteen ;  basti citare i cofanetti usciti per celebrare “Darkness of the edge of Town” e “The River”,  gli inediti a mò di bonus tracks presenti nel “Greatest Hits” del 1995, in “Chapter and Verse” del 2016 a corredo del’autobiografia o l’intero terzo bonus disc dell’edizione in triplo cd di “The Essential”(2003).

Pareva che dallo scrigno di inediti fosse stato attinto tutto o quasi lo scibile, ma i più esperti fan sapevano che alcuni brani mancavano sempre all’appello (“Drop down and cover me”?) se non proprio interi album (il favoleggiato Nebraska elettrico full band o il “loop album” perduto di metà anni ’90 o il cantautore giovanile tra chitarra acutisca e pianoforte , di cui si innamorò John Hammond, di brani mai pubblicati come “Evacuatuion of the West” o “Winter song”).

Dopo una serie di annunci che si sono susseguiti negli anni, giunge finalmente il tanto favoleggiato “Tracks 2”, ma rispetto a “Tracks” del 1999 , non si tratta di una serie , se pur cronologica, di brani ma di una raccolta di ben 7 album che escono cumulativamente in questo mastodontico box set , coprendo un periodo che va dal 1983 al 2018.

Forse sarebbe stato preferibile scaglionarne la pubblicazione in modo da poterli apprezzare maggiormente e gustarli/giudicarli in maniera più oculata?

Non saprei darvi una risposta che possa adattarsi a chiunque e/o a qualsiasi situazione, ma in ogni caso non posso esimermi nel considerare il momento storico in cui questa uscita multipla di album avviene, dove le uscite discografiche sono affogate nel mare magnum dello streaming.

Senza quindi dilungarmi in considerazioni sulla centralità del ruolo della musica sia come industria che come fenomeno sociologico, mi limiterò a fornirvi le mie impressioni su questi album pubblicati postumi.

Ciò che sorprenderà molti, ma potrebbe disorientare gli ascoltatori più generici , è che ciascun album ha una sua specifica identità e traccia spesso sfaccettature inedite della/e personalità dell’autore.

Nonostante la mole non indifferente del materiale che ci giunge copioso tutto in una volta c’è davvero poco da buttare , nonostante non troverete immani capolavori rimasti nascosti.

Ci sono alcuni album, tutti di genesi recente, che avrebbero davvero meritato altra sorte ovvero la loro uscita ufficiale al tempo in cui furono concepiti.

Dall’ascolto di questi lp si coglie vivida la necessità puramente artistica di Springsteen di scandagliare sonorità solo abbozzate in precedenza e sorge forte il sospetto che sia stato vittima di mancanza di coraggio.

Era forse più confortevole pubblicare album come “Magic” piuttosto che far scoprire delle gemme come “Inyo” o Somewhere North of Nashville”.

Il coraggio a Bruce pare fosse un’opzione che si accendeva ad intermittenza e ciò lo possiamo cogliere nel ricordare la splendida avventura delle “Seeger Session” o il capolavoro della maturità quale è “Western Stars”.

E’ evidentemente invece più avvezzo ad accontentare i gusti standard del suo pubblico più pigro quando scarta brani ed album e pubblica un “Letter to you” (da me a suo tempo sovra stimato) che , al netto dei tre quasi capolavori ma che sono ripescaggi di brani scritti in gioventù, non aggiunge nulla di rilevante ; appare poco coraggioso in “Working on a dream “ quando non approfondisce certe sonorità inedite alla Brian Wilson ma pasticcia rovinosamente il tutto o funziona a corrente alternata in “Magic” o “Wrecking Ball”.

Fortunatamente l’unica testimonianza di questa necessità di tornare ad un rock generico si raccoglie nel box solo con

  • “Perfect World” (in questo caso raccolta di canzoni, giacchè non furono pensate organicamente come album) .

“Perfect World” ,inserito nel box per stessa ammissione dell’autore per avere al suo interno almeno un album di “classic rock” , nulla aggiunge a quanto già espresso in precedenza e si attesta su un’aurea mediocrità, in brani piacevoli, ma nulla di più, quali “I’m not sleeping”, “Rain in the river” o “ You lifted me up”.

In ordine temporale (“Perfect World “ appartiene ad un arco temporale tra il 1994 ed il 2011), il primo album è laconicamente intitolato

  • “L.a. Garage session ‘83” e raccoglie le session in solitaria dove Bruce , tra “Nebraska” e “Born in the Usa”, abbozza brani accompagnati da synth e batteria elettronica.

Più che sulle singole tracce, nessun capolavoro ma si respira la giovine florida ispirazione che lo animava ai tempi, va sottolineato il generale mood straniante che , per i più attenti, pare siano alla base dell’intera discografia dei War on Drugs o di alcune sfumature di “Prisoner” di Ryan Adams o dell’ Israel Nash di “Ozarker” del 2023.

Non a caso su you tube trovai quasi per caso una cover di “Unsatisfied Heart”, a testimonianza che questi brani i The War on Drugs li conoscevano e li avevano già inoculati nel proprio io (ricordiamo che alcuni di questi brani erano conosciuti ante 2025  grazie ed esclusivamente a dei bootleg carbonari noti solo agli hard fans di Bruce).

  • “Streets of Philadelphia sessions” pare invece sia il famoso ed attesissimo album che sarebbe dovuto uscire nel 1995 e che a mio avviso avrebbe risollevato la carriera di Springsteen dopo il passo falso dell’accoppiata “Lucky Town/Human Touch”, che aveva restituito un autore in confusione e non al passo del nuovo millennio.

Queste session, poi accantonate, presentano invece un Bruce che si fa sedurre dai suoi contemporanei ma senza diventarne schiavo.

Un assaggio di questa nuova via, poi abortita, sono sicuramente brani celeberrimi come “Secret garden” o “Street of Philadelphia” o il singolo ,per la colonna sonora di un film di Sean Penn , “Missing”, in cui l’utilizzo di loop, samples e morbida elettronica sarebbero stato , nell’arco di album strutturato, un azzardo davvero riuscito.

Brani come “Blind Spot”, “Waiting on the end of the world”, “We fell down”, “Something in the well” sono testimoni di una vena ritrovata e la sequenza dei brani dell’album non permette alcuno “skip” se non per la sola “One beautiful morning” .

Quest’ultima non a caso è la più avulsa dal contesto e starebbe bene accanto a brani maldestri come “Trouble River “ , memori degli arrangiamenti bolsi e  tronfi di alcuni brani di “Human Touch”.

Un album malinconico e toccante che va assolutamente (ri)scoperto.

La storia volle invece che Bruce pubblicasse il primo “Greatest Hits” della sua carriera per una rimpatriata , se pur fugace , con la E-street band , a breve seguito da “The Ghost of Tom Joad”, che cambiò rotta , prendendo una delle tante strade che immagino Bruce ipotizzasse per la carriera in quei difficili anni ’90.

  • “Somewhere North Of Nashville” tratteggia un ispirato Bruce che alterna ballate country a sfrontati rockabilly e honky tonk , per un altro album che avrebbe meritato una pubblicazione meno nascosta, per un ascolto davvero godibile nella sua interezza.

“Stand on it” e “Janey don’t lose heart” erano già conosciute in versioni differenti su “Tracks” del 1999 e testimoniano insieme agli altri 10 inediti una sana e deliziosa libertà creativa , che sarebbe stato un ottimo antidoto al coevo “The Ghost of Tom Joad”.

Ennesima testimonianza della volontà di esplorare nuovi territori tematici e sonori, ma non cogliendone sempre l’opportunità di farne pubblicazioni ufficiali, sono pure “Inyo” e “Twlight Hours”.

  • “Inyo” raccoglie in maniera efficace brani di impronta ancora una volta folk o country ma a tratti arricchite con spezie tex mex o mariachi, che non stonano affatto nell’insieme. Anche in questo caso a mio parere meritava una pubblicazione , considerando anche, lo ribadisco, che ormai son tempi in cui si pubblica inopinatamente qualsiasi cosa.
  • “Twilight Hours” fin dalla copertina si richiama a “In the Wee Small Hours” di Sinatra e presumo sia l’album più controverso di questo box set.

Per molti potrebbe trattarsi di un tentativo goffo e barocco di Bruce di apparire un crooner maturo e di altri tempi ; opinione rispettabile ma che invece mi trovo a contrastare in quanto non riesco a non farmi cullare da brani ricchi di magia come “Sunday Love”, “Late in tne evening” o “September kisses “ , che per molti richiamano atmosfere proprie del maestro Burt Bacharach.

Album in parallelo al magnifico “Western Stars”, in cui il modo di cantare e gli arrangiamenti trovavano pubblicazione ufficiale in “Western Stars” nel brano “There She goes my miracle” , assimilabile come mood a quelli presenti in questo album;

per molti un esperimento fin sopra le righe, a mio avviso un tassello importante ed affascinante nell’itinerario di uno Springsteen che ha passato la soglia dei 70 anni e che pare stia invecchiando davvero bene.

  • Non poteva mancare in tanta eterogeneità una colonna sonora per un film da lui stesso definito “western spirituale” , con brani strumentali e non , “Faithless”.

Folk desertici , vivide impronte del country più vetusto ed autentico, con cenni di gospel in alcuni brani, strumentali con indubbio fascino evocativo, per un album che pare essere complementare a “Devils and Dust” e come quest’ultimo tutt’altro che un esperimento mal riuscito ma nemmeno un album da sostenere in maniera accorata.

Voto: 7