Un nuovo album dei Death SS,la più importante metal band italiana, costituisce sempre un momento rilevante e la redazione di Back In Rock si è attivata per dargli l’attenzione che merita.
Innanzitutto, pubblicando un articolo inerente i quattro EP che ne hanno anticipato l’uscita, ma, soprattutto, presenziando al “The Entity – Release Party” che si è tenuto presso il Daste di Bergamo con il nostro capo-redattore Gianni Della Cioppa nelle vesti di presentatore e moderatore della serata e con il sottoscritto che ha avuto l’onore e il piacere di essere presente con carta e penna in mano per prendere appunti.
Intanto, un plauso alla location, infatti il Daste si è dimostrato il luogo perfetto per ospitare l’evento: ambiente “inclusivo” (vedi foto) e accogliente, ottime possibilità per aperitivi e pasti, servizio perfetto, comodo e senza grandi problemi per il parcheggio.
Inappuntabile anche l’organizzazione che ha predisposto un banchetto presso il quale i partecipanti hanno potuto essere accreditati celermente e senza alcuna difficoltà.

La band era a ranghi completi, comprese le splendide performers Jessica e Dahlila, e, a parte il già citato Della Cioppa, erano presenti anche diversi personaggi di spicco: Andy Panigada (coautore di diversi brani), le Erisu, Stefano Ricetti, Mickey E. Vil dei Mugshots, Gabriele Lipani del fan club dei Death SS,…
Dopo una prima parte in cui si è dato spazio ai membri del gruppo che, a partire dal loro leader, hanno spiegato con entusiasmo l’esegesi dell’album sia dal punto di vista lirico che da quello strumentale, si è passati all’ascolto dei primi sei brani cui è seguita una serie di domande pertinenti da parte del pubblico.

Quindi è ripartito l’ascolto delle altre sei canzoni e dopo aver soddisfatto ancora qualche curiosità è iniziata la lunga trafila per il firmacopie.
È il momento di trattare “The Entity” per scoprirne il valore già anticipato con l’uscita dei quattro EP contenenti il libretto che narra l’intera storia del concept che costituisce l’ossatura dell’album.
Ovviamente, l’ideatore della parte testuale è il grande Steve che l’ha costruita basandosi su riferimenti letterari importanti: dall’Aleister Crowley di Kenneth Grant a James Hogg, dal Dr. Jekyll di Stevenson al Jack The Ripper di Patricia Cornwell, passando anche dai fumetti ‘70 come Cimiteria.
Il concept ruota intorno alla teoria del “doppio”, cioè della duplice natura che hanno tutti gli individui e che tendono a reprimere per convinzioni religiose, dogmi, preconcetti morali,… cercando di facilitare l’individuo a esternare il proprio lato oscuro che non è detto che abbia lati negativi, ma nel contempo permetterebbe uno sviluppo delle potenzialità artistiche e creative; la maniera con cui i Death SS hanno voluto dare la loro interpretazione dell’eterna lotta tra il bene e il male.
L’album è bellissimo e, nonostante che la capacità di Steve di scrivere canzoni con caratteristiche da hit sia già stata dimostrata molte volte in passato, qui trova il suo apice in un album che può essere considerato il più mainstream della carriera della band, naturalmente nell’accezione positiva del termine.
Rispetto ai tre lavori precedenti che, a loro modo erano legati dal punto di vista stilistico, qui prevale un’indole romantica e decadente che si evince non solo nei brani più atmosferici, ma anche in quelli di maggior impatto, dovuta, da un lato all’enorme bagaglio culturale/musicale del leader, dall’altro anche dallo splendido lavoro in sede di produzione da parte di Tom Dalgety che nel suo curriculum vanta collaborazioni con Ramstein, Ghost e The Cult.
Quanto appena detto si evince già dall’iniziale “Ave adonai”, un mid tempo dal flavour gotico che mi ricorda i boemi XIII.Stoleti (andateli a scoprire) e che è determinato dal gran lavoro tastieristico di Delirio; l’ambiente è quello della Londra dei primi del ‘900, dove il celebre Aleister Crowley vuole insegnare agli uomini a tirar fuori la propria parte latente che normalmente si tende a reprimere: l’Entità.
“Justified sinner” ha tutte le caratteristiche della vera hit: lusinga con i vocalizzi femminili iniziali, esplode con un refrain irresistibile ed esibisce un ottimo assolo; la storia trae spunto dall’opera di James Hogg, basilare per tutto il concept, ed è ambientato nella Scozia del XVII secolo; il protagonista si suiciderà per potersi liberare del suo “doppio” maligno.
Anche “Possession” gira intorno a questo concetto e, attraverso un brano schiacciasassi, in cui la sezione ritmica furoreggia alla grande, il protagonista del brano precedente, dopo una lunga serie di efferati delitti arriva a provare sensi di colpa, ma lo stato di possessione è irreversibile, per cui non gli rimane che togliersi la vita per i rimorsi.
“Dr. Jekyll and Sister Hyde” è il primo uscito dei quattro singoli: energico, anthemico, graffiante e dinamico, è caratterizzato dal consueto lavoro di Delirio alle tastiere e da parti corali ammalianti; qui la storia prosegue unendo l’idea della doppia natura umana del romanzo di Stevenson con la possibilità che l’entità Hyde possa essere anche donna, secondo il film omonimo prodotto dalla Hammer e diretto da Roy Ward Baker.
Il tema del doppio Jekyll/Hyde trova la sua espressione fisiologica con “Two souls”, altro brano potentissimo che gioca sull’impatto della sezione ritmica e sugli arrangiamenti “deliranti”, quasi a simboleggiare l’antitesi tra le due anime: l’integrità che si trasforma in furia rabbiosa.
“Out to get me” è una power ballad tanto affascinante quanto maligna, dove ancora le orchestrazioni di Freddy e il solo di Ghiulz creano l’ambiente adatto in cui la voce di Steve può esprimersi per descrivere il momento della presa di coscienza di Dr. Jekyll rispetto al male causato dal suo “doppio” e le sue conseguenze.
Un’atmosfera decadente e al contempo inquietante caratterizza “Hell revealed” che descrive la lotta per la supremazia tra Jekyll, ancorato all’idea falsa e condizionata che si è scelto, e Hyde, privo di ogni etica e libero di agire inseguendo qualsiasi desiderio, quindi trovando soluzione ancora nel suicidio che di conseguenza tronca la vita di entrambi.
L’amore fino alla morte di “Love until death” è un’immagine estremamente romantica, ma pure ricca di inquietudine, dove una ballad commovente, celebrata da un magistrale solo di Ghiulz, narra il sofferto rapporto sentimentale tra Dr. Jekyll e la sua giovane governante Mary Kelly.
Nonostante il suicidio di Jekyll, Hyde continua a vivere dentro altri corpi e si va a sovrapporre alla figura di Jack The Ripper; questa connessione costituisce la trama testuale di “The Whitechapel wolf”, brano luciferino che si muove con le dinamiche tipiche dell’hard rock ottantiano in cui il chitarrista palesa l’influenza del suo idolo Randy Rhoads.
Le melodie darkwave di “The evil painter” esprimono pennellate gothiche e tengono fede al titolo del pezzo che si riferisce al fatto che una delle personalità possedute dall’Entità per incarnarsi in Jack The Ripper è quella del pittore Walter Richard Sickert, la cui identità è importante perché gli permette di rendersi conto che può non solo annientare le sue vittime, ma anche creare arte tramite la distruzione, dove i pennelli prendono il posto della lama; entra in gioco anche Mary Reilly, ex serva di Jekyll, ora costretta a prostituirsi col nome di Mary Jane Kelly, con l’Entità che, dopo un ritorno passionale e artistico, la uccide, ma finisce per annientarsi lui stesso, creando l’ultima vittima di Jack The Ripper.
Ecco quindi il collegamento anche con la letteratura fumettistica dei ‘70 e il personaggio che dà il nome a “Cimiteria”, alias Mary Jane Kelly/Mary Reilly, il cui corpo non mutilato sparirà dall’obitorio di Scotland Yard per poi essere ritrovato e creare un collegamento con “Notre Dame De Paris” di Victor Hugo e il personaggio di Quasimodo; il brano è splendido e dimostra quanto il tipico dark sound italiano scorra nelle loro vene.
“Evil never dies” è un brano heavy, dall’impatto poderoso che lo rende idoneo per essere suonato in concerto e contestualmente chiude il concept con l’Entità che scopre il potere della musica e del teatro e la loro capacità di raggiungere il mondo divino senza bisogno delle pozioni di Jekyll, di fatto andando a influenzare lo stesso Steve Sylvester nel 1977, anno in cui sarà chiamato a fondare i Death SS, e lasciandoci un messaggio di speranza.
Nella versione in cd è contenuta come bonus track la cover di “Mary Clark”, tratta dal secondo omonimo album dei Black Widow, di cui ne offrono uno splendido e ispirato tributo dove si notano gli ottimi arrangiamenti con il synth da parte di Freddy e la sentita interpretazione vocale di Steve.
“The Entity”, che uscirà ufficialmente il 9 maggio, è un album eccellente e ottimamente prodotto che potrà allargare ulteriormente la schiera di fans della band; da sottolineare la bellezza degli arrangiamenti e delle orchestrazioni di Delirio, il mix di potenza e precisione della sezione ritmica e il gusto di Ghiulz che garantisce assoli ricchi di feeling piuttosto che di esibizioni tecniche.
Un plauso anche agli ospiti tra cui spicca Andy Panigada che è coautore di quasi tutti i brani e ospite alla chitarra in alcuni di essi, per non parlare dei cori di sottofondo, mai invasivi, ma sempre presenti, che vedono protagoniste le Erisu insieme al mitico Mickey E. Vil.

Band:
Steve Sylvester – voce
Freddy Delirio – tastiere
Ghiulz – chitarra
Demeter – basso
Unam Talbot – batteria
Dahlila e Jessica – performers
Guests:
Andy Panigada, Vincent Phibes, Andrea De Venezia, Paolo “Priest” Loprete – chitarre aggiuntive
Mickey E. Vil e le Erisu – cori
Tracklist:
- Ave adonai
- Justified sinner
- Possession
- Dr. Jekyll & Sister Hyde
- Two souls
- Out to get me
- Hell is revealed
- Love until death
- The whitechapel wolf
- The evil painter
- Cimiteria
- Evil never dies
- Mary Clark (cover dei Black Widow – bonus track su cd)

