Affiancata questa volta da una vera band, alla quale ha chiesto di contribuire alla scrittura dei brani per la prima volta, Sharon Van Etten rinnova la magia già contenuta nel suo lavoro precedente. Quell’unione di loop elettronici e sintetizzatori con strumentazione analogica, potrebbe generare una musica a tratti fredda e distante. Invece con Sharon succede esattamente il contrario, il loop iniziale ti porta dentro un mondo nel quale cominci a muoverti e orientarti mentre tutto intorno a te si anima, cresce, esplode, fino all’apoteosi finale.
La struttura dei pezzi di Sharon Van Etten è più o meno sempre questa, potrebbe ricordare in un certo senso gli U2 di “Unforgettable Fire”, anche se l’approccio è ovviamente contemporaneo e originale. E’ Sharon stessa a raccontarci come è nato questo disco: “Per la prima volta nella mia vita ho chiesto alla band se potevamo semplicemente suonare. Parole che non sono mai uscite dalla mia bocca – mai! Ma adoravo tutti i suoni che stavamo ottenendo. Ero curiosa: cosa sarebbe successo? In un’ora abbiamo scritto due canzoni che alla fine sono diventate I Can’t Imagine e Southern Life”.Parlando allora proprio di questi due pezzi, “I Can’t Imagine” abbandona in parte la struttura classica dei brani di Van Etten, partendo subito con un ritmo sincopato alla Talking Heads sostenuto da un basso presentissimo e da una combinazione di tastiere (aver registrato negli studi degli Eurythmics, con la produttrice di Björk e Depeche Mode ha certamente aiutato a dare una connotazione new wave al disco), proiettando Sharon e la sua voce trattata con eco su una ideale pista da ballo; incedere più drammatico invece per “Southern Life” che ritorna allo schema classico, con Sharon che sfodera una prova vocale cantilenante e ipnotica, con la quale ci guida effettivamente al climax finale in cui la musica si allarga, si espande, si colora. Non aspettatevi niente di ripetitivo comunque, anche se abbiamo provato a individuare un tratto comune nei brani di Sharon Van Etten, la realtà e che ogni pezzo racchiude una o più sorprese lungo tutto il suo andamento.

Basti la fantastica progressione della conclusiva ‘I Want You Here’ per spiegare al meglio tutte le potenzialità e l’intensità di questa musica e di questa voce. Rispetto al precedente egregio lavoro, qui si percepisce ancora meglio la voglia e la gioia di suonare queste canzoni. L’unione con una band vera e propria (Jorge Balbi, batteria, macchine, Devra Hoff basso, voce e Teeny Lieberson synth, piano, chitarra, voce) ha indubbiamente giovato ed è facile pensare che altrettanto accadrà dal vivo.