È da poco uscito “Path To Oblivion”, nuovo album degli Epitaph, che conferma la band veronese come una delle migliori realtà italiche in ambito doom, senza contare il loro illustre passato come Black Hole.
Il nuovo album vede l’esordi discografico nelle fila della band del nuovo vocalist Ricky Dal Pane, già con gli Witchwood.
La redazione di Back In Rock ha intervistato la band ed ecco quanto emerso!
BIR – “Path To Oblivion”, un nuovo album che sta raccogliendo ottimi riscontri; potete parlarci di come è avvenuta la sua gestazione?
Lorenzo -Siamo molto soddisfatti degli ottimi riscontri che “Path To Oblivion” sta raccogliendo. Questo album ha avuto una gestazione piuttosto lunga per vari motivi, in primis il periodo covid e la conseguente impossibilità di incontrarci in sala prove…; tutto questo ci ha fatto perdere molto tempo. Alcuni brani sono stati iniziati nell’ultimo periodo quando c’era ancora Emiliano (Cioffi, il precedente vocalist), altri sono nati da riff di chitarra o da improvvisazioni in sala prove, altri ancora sono stati portati da Ricky. Noi siamo abituati a lavorare alla vecchia maniera, presentando idee, bozze di brani o riff, su cui poi lavorare in sala prove per conferirgli la forma e l’atmosfera definitiva. Ognuno di noi mette a disposizione il proprio contributo ai brani.
BIR – Com’è stato l’impatto con l’inserimento di Ricky Dal Pane, vocalist diverso dal precedente? Inoltre, quanto ha contribuito nell’economia compositiva della band? (Ovviamente la domanda è anche per Ricky di cui vorremmo avere il suo punto di vista).
Lorenzo – Ricky è un grande cantante e musicista; il suo apporto in questo album è stato molto importante a livello compositivo, ma anche per la scelta dell’artwork del disco per il quale si è interfacciato con l’artista Luciana Nedelea per sviluppare appunto la copertina dell’album. Il suo approccio compositivo e quello vocale sono sicuramente differenti da quelli di Emiliano, ma, a mio avviso, siamo riusciti a trovare il perfetto equilibrio tra mantenere il marchio Epitaph e allo stesso tempo aggiungere nuove interessanti sfaccettature.
Ricky -Direi che il tutto si è svolto in maniera abbastanza naturale, nonostante i vari problemi di logistica dati dalla distanza tra noi (io vivo a Faenza, a circa due ore d’auto dai ragazzi) e da quelli dovuti al periodo pandemico di cui ti parlava prima Lorenzo. Questo non aiuta di certo, ma siamo riusciti a legare bene e raggiungere un buon equilibrio di lavoro. Sicuramente questo nuovo album presenta molteplici sfaccettature: fondamentalmente l’imprinting Epitaph rimane, anche se sono presenti delle “novità” a livello di sound…e non poteva essere diversamente, visto il mio approccio vocale totalmente differente da chi mi ha preceduto in veste di cantante. Anche il mio modo di comporre ha aggiunto nuove caratteristiche al sound della band; abbiamo personalità e approcci differenti che, a mio avviso, siamo riusciti a far confluire in quel calderone sonoro che sono gli Epitaph senza snaturarne l’oscura essenza. Il tutto è comunque frutto di un processo naturale, nulla di troppo premeditato, insomma.
BIR – La presenza di Ricky, con il suo background derivante dagli Witchwood, e l’introduzione in organico di un tastierista (Giampi Tomezzoli), ha aumentato l’afflato progressive della band. Questa propensione potrà incrementare in futuro?
Lorenzo – Per noi è importante il lato oscuro della musica, ottenuto in primis dal nostro modo di suonare, utilizzando certe sonorità e soluzioni armoniche, e, in secondo luogo, dal nostro approccio compositivo rivolto a creare l’atmosfera per noi più adatta al tipo di brano che stiamo sviluppando. Il ritorno di Giampi nella band, in questo caso alle tastiere, ci aiuterà sicuramente in fase compositiva, ma, soprattutto, in sede live ci consentirà di replicare con maggior fedeltà le atmosfere presenti sugli album.
Ricky: Dipende, infatti, come ti dicevo, per noi il tutto si svolge in maniera sempre molto naturale e non troppo premeditata. Credo che, se ci sarà la possibilità di esplorare anche altre vie in futuro, ciò avverrà comunque senza troppe forzature. Parlando per me, posso dire che negli ultimi anni ho imparato a comporre anche brani più diretti rispetto al passato, evitando a volte di scadere nel prolisso o ricercato a tutti costi. Comunque non mi faccio e, credo, facciamo troppi problemi, l’importante è che un brano suoni bene e giusto per noi. Per esempio, ora abbiamo finito le registrazioni di un nuovo pezzo che uscirà l’anno prossimo su uno split con altre band e che presenta ulteriori novità e aggiunte al nostro sound.
BIR – Avete cambiato etichetta discografica. Cosa vi ha portato a questa scelta?
Lorenzo – I precedenti lavori sono stati pubblicati dall’etichetta HR Records, ma, quando l’abbiamo contattata per “Path To Oblivion”, era impegnata in altri progetti e ristampe, pertanto abbiamo provato a contattare altre etichette europee e italiane per capire tempi e condizioni di uscita.
Mauro ha proposto il nuovo album anche a Francesco della My Kingdom Music e, grazie alla sua disponibilità, abbiamo deciso di farlo uscire proprio con lui. Francesco ha fatto un super lavoro e siamo onorati di far parte della famiglia My Kingdom Music.

BIR – Mi parlate della parte testuale delle vostre canzoni? Si tratta di un concept?
Ricky – No, non si tratta di un concept, anche se sicuramente un filo conduttore tra i brani è presente, infatti, sono tutti permeati dalla stessa atmosfera generale che li lega, una sorta di ossessione e attrazione per il mondo sotterraneo e per i suoi segreti.
Ci sono brani che parlano del rapporto con la morte, che descrivono scenari apocalittici oppure stati d’animo o situazioni estreme come la depressione, altri, come “Voices behind the wall”, ispirati a racconti, in questo caso di Lovecraft.
Fondamentalmente, i nostri testi sono simbolici e metaforici.
Ciò che ci interessa maggiormente è “dipingere” un vero e proprio scenario, creare un’immagine che sia evocativa e che possa stimolare una vera propria “visione” personale nell’ascoltatore.
Mi piace creare delle immagini, spesso legate a luoghi solitari o desolati, dipingere dei veri e propri paesaggi in cui chi ascolta possa perdersi quasi come in un sogno.
BIR – Normalmente, come nasce la stesura dei vostri brani?
Lorenzo -Come ho detto precedentemente, i nostri brani nascono da un’idea, da un riff di chitarra o basso, oppure da un’improvvisazione durante le prove. Poi, la gran parte del lavoro la facciamo tutti insieme in saletta, provando e riprovando fino a trovare le soluzioni che ci soddisfano di più. Con Ricky abbiamo dovuto imparare a lavorare anche un po’ di più con l’invio dei file, dato che abitiamo lontani e non è sempre possibile provare insieme.
BIR – Avete vissuto più volte l’esperienza di esibirvi all’estero. Ci raccontate quali sono state le esperienze che più vi hanno soddisfatto e impressionato? Quali band che hanno suonato prima o dopo di voi vi hanno colpito di più? Altri aneddoti?
Lorenzo -Abbiamo avuto la possibilità e la fortuna di esibirci in festival molto importanti a livello europeo come l’Hammer of Doom, l’Heavy Days in Doomtown e il Roadburn. Per noi sono state esperienze grandiose che ci hanno dato moltissimo come band, ma anche a livello personale. Abbiamo fatto due tours europei, uno con gli Abysmal Grief e l’altro con i Procession, dandoci la possibilità di suonare con grandi nomi del settore.
Abbiamo condiviso il palco con tantissime band, solo per citarne alcune: Candlemass, Trouble, Saint Vitus, Angel Witch, Orange Goblin, Dark Quarterer, Abysmal Grief, Procession, Black Oath…
BIR – Sempre in riferimento alle vostre esperienze dal vivo oltre confine, quali sono le differenze pricipali che avete riscontrato con l’Italia per ciò che concerne il pubblico, l’organizzazione, le location,…?
Lorenzo: Mi sento di dire che siamo quasi più conosciuti all’estero dove è bellissimo vedere ragazzi, giovani e diversamente tali, davanti al palco dall’inizio alla fine dello spettacolo, per poi ritrovarli a chiederti autografi, foto o informazioni sul Dark Sound italiano. Dal punto di vista organizzativo abbiamo sempre riscontrato una grande professionalità. Per noi le esperienze all’estero sono state sempre molto gratificanti.
BIR – Come Black Hole, siete stati protagonisti della scena metal italiana degli anni ‘80 che, seppur con scarsi mezzi tecnologici e disponibilità economiche limitate, è riuscita a partorire dischi che hanno fatto epoca (voi, Paul Chain, Vanexa,… e tanti altri, per i quali rimando al libro “Italian Metal Legion: 1980-1991” del nostro caporedattore Gianni Della Cioppa), mentre sotto l’egida Epitaph, discograficamente state vivendo il terzo millenio in cui le tecnologie sono più avanzate e gli album registrati meglio, ma il mercato è molto diverso da prima. Potete parlarmi di come avete vissuto e vivete queste esperienze e delle differenze che avete risontrato?
Nico: Chiaramente, dagli anni 80 ad ora le cose sono cambiate notevolmente; adesso il mondo è più piccolo ed è molto facile usufruire delle moderne tecnologie; le prime esperienze in sala di registrazione differiscono molto da oggi, siamo più preparati noi e lo sono i tecnici che ci supportano in sala. Negli anni 80 una chitarra distorta era vista come un “difetto” del suono: ricordo il tecnico dove abbiamo inciso l’album dei Black Hole che tendeva sempre a pulire tutto, non aveva mai sentito del metal e conosceva solo la disco, per cui puoi immaginare la scena. Il mercato stesso è cambiato, è vero comunque che l’Italia non è mai stata terreno tanto fertile per il metal e i problemi, noti a tutti, sono gli stessi che c’erano anche trent’anni fa, per cui solo una enorme passione ci spinge a non mollare mai.
BIR – Siete uno dei migliori esempi di doom band in Italia, in un momento dove circolano altre entità molto interessanti che ruotano intorno alla musica del destino (L’Impero Delle Ombre, Bretus, Messa, Il Ponte Del Diavolo, The Ossuary, Doomraiser, Crimson Dawn,…): Cosa pensate della scena nostrana e di quella mondiale? Le vostre preferenze e influenze?
Nico: La scena doom attuale in Italia, figlia del dark sound nato dal prog italiano anni 70, è sicuramente molto originale: l’innato gusto italiano per il melodramma, ci distingue dal doom nordeuropeo. La voglia di teatralizzare lo show, non solo la musica quindi, ci rende unici nello scenario mondiale, spesso veniamo paragonati ad altre band che, seppure nello stesso filone musicale, non rendono a mio avviso l’idea di quello che siamo.
Parlo per noi, ma anche per altre italiche band che ho avuto modo di conoscere. Per rispondere infine alla tua domanda, abbiamo svariate preferenze ed influenze, non solo del movimento metal e spero che questo traspaia nella nostra musica.
BIR – Quali sono i vostri progetti immediati, in termini di promozione dell’album, e quelli in prospettiva futura?
Nico: Per noi la classica routine, disco e promozione live, è fondamentale; quando finirà, finiremo anche noi, quindi l’idea è di fare più concerti e registrare più dischi possibile. Per me, il modo migliore per promuoverci è farci sentire da un palco, dove siamo più abili che sui social. Che ti posso dire, abbiamo tante date in programma, mai abbastanza per noi, è vero, e il tempo non è mai sufficiente per fare tutto quello che abbiamo in testa; senza contare che ultimamente ci tocca fare scelte dolorose, come rinunciare a qualche concerto dove le condizioni non ci sembrano adeguate.
Pagina Facebook: https://www.facebook.com/epitaph.doom

sx-dx: Giampi: tastiere; Ricky: voce; Mauro: batteria; Nico: basso; Lorenzo: chitarra