Esattamente un anno fa, sulle pagine multimediali di Back in Rock, veniva pubblicata la recensione di “Hestehoven” a cui rimando per le informazioni biografiche, compresa quella di trovarsi di fronte a un gruppo dall’evidente fertilità compositiva.

Questo aspetto non viene smentito ed eccoci di fronte a un nuovo lavoro da cui emerge la grande creatività che li ha contraddistinti fin dal loro esordio.

Ci troviamo di fronte a un concept che, come si può intuire dal titolo, ha elfi e fate come protagonisti, in un viaggio tra realtà e surrealtà.

Per confermare la loro indole progressiva, ispirata all’epoca d’oro del genere, l’album è costituito da due soli brani: la title track con i suoi quasi diciotto minuti e la suite “Dusk of tawblerawn”, suddivisa in cinque parti.

“Dawn of Oberon” gode di bellezza assoluta, con andamenti variegati, in cui una parte iniziale, caratterizzata da un prog bucolico alla Jethro Tull, converge gradualmente verso ambientazioni occulte e tribali, dai forti rimandi ai Black Widow, prima di attraversare un passaggio oscuro e poi concludere sulle sonorità agresti iniziali con tanto di crescendo finale… il tutto da rimanere senza fiato.

La suddivisione in cinque parti della seconda suite consente di affrontare l’ascolto senza il pericolo di esserne travolti come nel caso precedente.

Ecco quindi “Born to be mild” che esordisce con elementi jazzati per poi salire di tono verso una conclusione di matrice tulliana.

“Dwarven lord” ha un andamento alternato tra suoni più soffusi, con la cadenza di una marcia verso la corte del “re dei nani”, e stacchi di potenza epica come a simboleggiarne la maestosità.

Gli otto minuti di “Midsommernattsdrøm” (ovvero: sogno di una notte di mezza estate) giocano su una ritmica jazz, condita da elementi tribali e atta a sorreggere volteggi tastieristici, effetti boschivi e toni oscuri ancora a ricordare Clive Jones e soci.

La strumentale “People view” si ammanta di un sinfonismo cortigiano dalle tonalità cangianti che vedono protagonista l’apparato tastieristico.

Il finale della suite porta il titolo di “Troll male”, un insieme di cambi di tempo per un brano solare in cui il flauto si sbizzarrisce e le parti liriche si traducono in impertinenti vocalizzi.

Dawn Of Oberon” dimostra ancora quanto la Scandinavia sia la terra del rock e quanto i Tusmørke siano importanti in quel contesto.

Band:

Benediktator – basso, chitarra, voce, mellotron, organo, tastiere, synth e percussioni

Krizla – flauto, voce e percussioni

Herjekongen – piano, synth e mellotron

Kusken – batteria