L’ultimo disco di Mike Peters, “Transformation”, uscito nell’estate 2026, di cui vi parliamo qui, è il testamento musicale e spirituale dell’artista, morto di leucemia nel 2025, appena finito di registrarlo. E’ solo l’ultimo di un elenco ormai tristemente esteso. Diversi artisti hanno scelto di salutare il mondo facendo ciò che gli riusciva meglio: musica. Ci sono casi notissimi e altri meno. Senza la pretesa di approfondirli e di offrivi una panoramica esaustiva, ma sperando di dire solo cose esatte e sperando nel perdono dei fan più agguerriti, ricordiamo alcuni album, soprattutto tra coloro che, a nostro avviso, hanno lasciato testamenti significativi. Si parte.
David Bowie: “Blackstar”
Bowie fece molto di più che un disco di addio: reinventò ancora una volta il suo mondo musicale, come aveva già fatto innumerevoli volte. Le registrazioni di “Blackstar” e anche dei brani per il musical “Lazarus” non furono brevi, cominciarono nel gennaio del 2014 e si protrassero per diversi mesi, seguite da mixing, produzione, realizzazione del video per la titletrack. Bowie sapeva di essere malato di cancro al fegato fin dall’inizio delle session ma lo tenne nascosto a tutti, compreso il produttore Tony Visconti, che se ne rese conto solo quando il cantante arrivò in studio direttamente dopo una seduta di chemioterapia. Non si può dire se Bowie scelse l’ambiente musicale di “Blackstar”, a causa del suo male o semplicemente per esprimere la sua anima creativa del momento, comunque disse no a musicisti rock e a session men e si rivolse a un gruppo di jazzisti moderni, il quartetto di Donny Mc Caslin, visto una sera al 55 Bar Club al Greenwich Village e diede loro carta quasi bianca sulle partiture da lui scritte, per l’interpretazione. E’ certo che sia “Blackstar” che “Lazarus” in particolare fanno riferimento alla malattia, alla morte e alla condizione di Bowie (“Guarda quassù, sono in Paradiso, ho delle cicatrici che non possono essere viste, ho una storia che non può essermi rubata, ora tutti mi conoscono. Guarda quassù, amico, sono in pericolo, non ho nulla da perdere. Lo sai, sarò libero. Proprio come quell’uccello azzurro. Non è proprio da me?”). L’album, previsto per ottobre 2015, fu posticipato all’8 gennaio 2016, giorno del 69esimo compleanno di Bowie. La malattia nel frattempo era diventata terminale e David morì appena due giorni dopo la pubblicazione, il 10 gennaio 2016, sconvolgendo il mondo che non era al corrente della sua condizione.

Queen: “Innuendo”
Sebbene Freddie Mercury fosse d’accordo sul lavoro postumo alle tracce da lui cantate o abbozzate e poi comparse su “Made in Heaven”, il suo vero testamento spirituale è senza dubbio “Innuendo”, registrato in un lungo periodo fra la primavera del 1989 e buona parte del 1990. Nonostante fosse appena uscito “The Miracle” infatti, proprio in quel periodo la sieropositività di Mercury divenne Aids conclamato e quindi la band tornò immediatamente in studio per incidere un altro album. Fra promozione del disco precedente e difficoltà dovute alle condizioni di Freddie, che registrò le sue parti vocali spesso con immenso sforzo e tenace volontà, passarono quindi molti mesi di lavoro, scrittura, incisione, pulizia delle registrazioni. Anche per Mercury, la malattia fu tenuta nascosta ai media e al pubblico finché fu possibile. Durante una serata ai Brit Awards, la band ritirò un premio e il frontman mostrò chiaramente magrezza e cattive condizioni di salute; il video di “These Are The Days Of Our Lives” venne girato a colori ma convertito al bianco e nero per mascherare il declino fisico di Freddie. “Innuendo venne posticipato più volte nell’attesa di un periodo di salute accettabile di Mercury e uscì infine nel febbraio del 1991. Il “testamento” musicale di Mercury non sta tanto nelle liriche (sebbene “The Show Must Go On” sia esplicitamente dedicata alla situazione), quanto nella commovente volontà messa in campo dal cantante, per quanto sofferente e debilitato, nel fornire una prova vocale superba che ha reso il disco una pietra miliare della musica.

Warren Zevon : “The Wind”
Passato attraverso mille situazioni rischiose per la sua vita (dalla dipendenza dall’alcool e dalla droga allo smodato uso delle armi da fuoco), Warren Zevon fu invece piegato dal cancro alla pleura, che gli venne diagnosticato quasi a sorpresa nell’estate del 2002. Nell’ottobre di quell’anno andò ospite allo show del suo grande amico David Letterman e in diretta rivelò la sua condizione, parlò della morte, delle sue aspettative, del significato di quei suoi ultimi mesi e alla domanda di David “Adesso che sei in questa situazione c’è qualche consiglio che ti senti di darci?”, pronunciò una delle frasi che lo ha reso famoso, “Enjoy every sandwich”, “Godetevi ogni panino”, vale a dire godetevi ogni bel momento, anche piccolo, di quelli rimasti.
Quando gli vennero dati più o meno sei mesi di vita, Warren rifiutò ogni cura debilitante e si chiuse in studio per registrare “The Wind”, circondato da numerosissimi amici tra cui Jackson Browne, Bruce Springsteen, Don Henley, Emmylou Harris, Tom Petty. Cantò gli ultimi pezzi (soprattutto “Keep Me In Your Heart”) davvero con un filo di voce, ma riuscì a completare il lavoro, uno dei suoi migliori di sempre. Sopravvisse un po’ più del previsto, fece in tempo anche a vedere i suoi primi nipoti, i gemelli della figlia Ariel. Se ne andò il 7 settembre 2003. “The Wind” era uscito il 26 agosto.

Joey Ramone: “Don’t Worry About Me”
Il disco solista del cantante dei Ramones uscì postumo, nel febbraio del 2002, quando lui se n’era andato già in aprile del 2001. Ma è assolutamente da considerare un testamento spirituale, inciso con ferrea volontà da un artista già malato e sofferente da tempo (cancro diagnosticato nel 1995), che voleva regalare al suo pubblico un album da solista di qualità. Le session, cominciate nel 1996, furono lunghe e spesso interrotte proprio per le difficoltà dovute alla malattia e alle cure pesanti. Che sia realizzato nella consapevolezza di rappresentare il testamento spirituale dell’artista è evidente fin dal titolo (“Non preoccupatevi per me”) e anche da altre scelte, come la cover punk di “What A Wonderful World” (un notevole successo) o da altri pezzi come “Spirit in My House”, “Like A Drug I Never Did Before”, “I Got Knocked Down (But I’ll Get Up)”. La critica fu benevola, come non lo era stata per le ultime fatiche dei Ramones. Joey Ramone morì a 49 anni, il 19 aprile del 2001, mentre ascoltava “In A Little While” degli U2. Al suo funerale oltre agli altri Ramones, c’erano musicisti quali Debbie Harry. Joan Jett, Andy Shernoff.

Johnny Cash: “American IV – The Man Comes Around“
Ultimo disco pubblicato da Johnny Cash in vita, è stato in realtà seguito da diverse altre realizzazioni, con pezzi registrati dal Man in black comunque prima della sua dipartita. La storia di questa ultima parte di carriera di Cash, re della country music, personaggio pubblico celeberrimo, noto per i suoi eccessi e per la turbolenta storia di amore e passione con June Carter, è abbastanza nota: reinventato come interprete originale e inaspettato da Rick Rubin, compresa la sua immagine in nero, Cash dedicò l’ultima parte della sua vita quasi esclusivamente a cover di altri artisti, riprese e interpretate alla sua maniera e con la sua voce più unica che rara. “The Man Comes Around” venne realizzato con Cash in condizioni di salute già estremamente precarie. Nel 1997 gli era stato diagnosticato il Parkinson, poi la malattia di Shy Drager, quindi una neuropatia auto immune aggravata dal diabete. Dal 1998 i ricoveri si susseguivano e l’attività in studio era spesso compromessa o rallentata dalla necessità di attendere la sua migliore condizione. Eppure il periodo delle “American Recordings” è denso di capolavori determinati dalla sua voce e dalle idee produttive di Rubin e di molti amici che si sono susseguiti al microfono insieme a Cash. Sebbene quindi, postumi ma registrati prima della morte, siano usciti almeno altri 60 brani, questo disco del 2002 rappresenta un po’ il testamento spirituale di Cash, in particolare per la presenza di “Hurt”, cover dei Nine Inch Nails capace di convincere Trent Reznor inizialmente dubbioso, solo con la forza della musica e della voce del Man In Black. “Hurt” è un’immersione nel dolore, fisico e psicologico, un’amara riflessione sulla inevitabile dipartita di ognuno di noi. In versione originale era già una potenza, ma sottolineata dalla voce di un Cash già consapevole della fine, diventa uno dei pezzi più drammatici mai registrati.
Johnny Cash dopo gli anni dell’autodistruzione visse principalmente per due amori: la musica e June Carter. Morta June nel maggio del 2003, continuò a incidere musica “perché morirò se non avrò niente altro da fare”. Ma comunque, quattro mesi dopo l’amata, Johnny Cash ci lasciò, il 12 settembre del 2003.

Leonard Cohen: “You Want It Darker”
Leonard Cohen soffriva da diversi anni di multiple fratture spinali, probabilmente a causa di una forma di leucemia, mali che lo costrinsero a registrare questo “You Want It Darker” dal salotto di casa, senza la possibilità di recarsi in studio. Assistito dal figlio Adam, registrava e poi mandava i pezzi ai collaboratori via e-mail per il completamento. Consapevole della fine che si avvicinava, Cohen registrò un album basato su riflessioni dedicate proprio alla morte e a dio. Cohen si diceva tutto sommato soddisfatto di non poter fare altro, per le sue condizioni, che dedicarsi in questa occasione alla musica, tralasciando i suoi ruoli di marito, padre e qualunque altra cosa. “Per brevi momenti, quando era molto contento del risultato, riusciva ad alzarsi in piedi davanti al microfono e ripetevamo ancora e ancora i pezzi come ragazzini entusiasti”, ricorda il figlio Adam.
Molto legato alla sua origine ebraica, Cohen volle sul disco il coro della sinagoga della sua infanzia. E per quanto riguarda il suo saluto alla vita, basta un verso della titletrack: “Hineni, hineni (Eccomi). I’m ready my Lord”.
Leonard Cohen morì 17 giorni dopo la pubblicazione del disco, il 7 novembre del 2016. “You Want It Darker” fu acclamato dalla critica e sommerso di premi, scelto ovunque fra i migliori dischi del 2016. La titletrack vinse il Grammy per la miglior performance rock.

Vic Chesnutt: “At The Cut”
Tetraplegico dall’età di 18 anni a causa di un incidente d’auto, in grado perciò di suonare solo semplici accordi di chitarra, ma al contrario ispiratissimo nella composizione musicale, Vic Chesnutt ebbe una vita sempre problematica, raramente felice, costellata da depressione e tentativi di suicidio. “At The Cut” è l’ultimo disco pubblicato in vita, il 21 settembre 2009 (ne registrerà un altro pubblicato postumo) e contiene la sua canzone più famosa e drammatica, “Flirted With You All My Life”, un esplicito dialogo con la morte e chiaro riferimento ai suoi diversi tentativi di togliersi la vita. Nonostante il pezzo si chiuda con un “non sono ancora pronto”, il senso della disperazione è fortemente presente, in questo come negli altri brani del disco (altrettanto esplicita la violenta lamentazione di “Coward”, come non può essere casuale “Chain”, riferibile alla sua condizione di disabilità).
Accompagnato da musicisti d’avanguardia come i canadesi Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra (side project dei Godspeed You! Black Emperor), e Guy Picciotto dei Fugazi, in questo disco Chesnutt inventa un muro sonoro livido e disturbante, che alterna invece a composizioni acustiche minimali ma non meno drammatiche, proprio grazie alla voce di Vic.
Il giorno di Natale dello stesso anno, il 2009, tre mesi dopo questo disco, Vic Chesnutt si toglierà la vita con un’overdose di rilassanti muscolari.

Ali Farka Tourè: “Savane”
Ultima parte delle Hotel Mandè Sessions, vale a dire delle registrazioni del 2004, realizzate da Ali Farka Tourè all’ultimo piano dell’Hotel Mandè di Bamako, convertito in studio a causa della sua impossibilità ormai a muoversi a causa di un tumore osseo, “Savane”, pubblicato postumo nel 2006, rappresenta il testamento spirituale dell’artista e a suo stesso giudizio il suo lavoro migliore, “il più potente e differente”.
Dalle stesse registrazioni era uscito il precedente capolavoro del musicista, “In The Heart Of The Moon”, realizzato insieme all’altro mito della cultura maliana Toumani Diabatè. Senza entrare in un discorso estremamente specifico e complesso, Tourè rappresentava la cultura del Mali del nord e Diabatè quella del sud. L’incontro fu dirompente, tre improvvisazioni da due ore ciascuna senza nemmeno una prova, per quello che venne acclamato come il più grande album di musica tradizionale del mondo.
“Savane”, che venne dopo e che include la partecipazione di diversi bluesmen non africani, è invece il vero testamento e saluto al mondo di Ali Farka Tourè e la forza che il musicista, pur provato dalla malattia e dai grandi dolori che era costretto a sopportare, mette in questa ultima fatica, è parte della commovente genesi del disco. Tourè mette in questo ultimo lascito le energie necessarie per consegnare al mondo quella che egli ritenne la più pura e profonda espressione della sua cultura.
Ali Farka Tourè riuscì a dare l’approvazione definitiva al disco poche settimane prima della morte, avvenuta nel marzo del 2006 e sottolineata da un periodo di lutto nazionale senza precedenti per il Mali. Il disco uscì nel luglio di quell’anno e rimane uno degli episodi più importanti del musicista e dell’intera cultura africana.

Lemmy, Motorhead: “Bad Magic”
Registrato a partire dai primi mesi del 2015 e pubblicato il 28 agosto, contiene “Till The End” che è palesemente, ed è parsa immediatamente a tutti quelli che la sentirono, il testamento spirituale del frontman dei Motorhead. Già la inusuale forma di ballad, pochissimo adottata dalla band, faceva capire che ci trovavamo di fronte a qualcosa di più riflessivo, il testo dà conferma che le considerazioni di Lemmy sono rivolte alla fine e alla coerenza della sua vita: “Nei miei anni la mia vita è cambiata. Non posso tornare indietro nel tempo. Non so dirti cosa mi abbia fatto cambiare. Tutto ciò che so è chi sono. Non ti deluderò mai. L’ultimo di cui ti puoi fidare fino alla fine”. Lemmy registrò l’album già affetto da gravissimi problemi di salute (già rilevati negli anni precedenti), tra cui diabete, problemi cardiaci e difficoltà motorie, che gli rendevano difficile l’attività sia in studio che sul palco. Eppure quell’anno portò a termine anche l’ultima tournee per i 40 anni della band, rifiutandosi di annullare date per rispetto ai fans. Non faceva prove, non rilasciava interviste, si faceva portare sul palco o lo raggiungeva appoggiandosi a un bastone e poi metteva tutte le gocce di energia rimaste nell’esibizione, scendendo dal palco senza più forze.
Proprio alla fine, ai suoi mali già gravosi, si aggiunse una forma di cancro molto aggressiva che se lo portò via il 28 dicembre 2015, due settimane dopo la fine del tour e quattro mesi dopo l’uscita di “Bad Magic” e di “Till The End”, il suo orgoglioso saluto in musica per tutti noi.

Ricky Wilson B-52s. “Bouncing Off The Satellites”
Chitarrista e principale compositore dei B-52s, Ricky era malato di Aids ai tempi della registrazione di questo disco e per quanto il male fosse già presente in forma grave, ostinatamente si impegnò a realizzare tutte le parti di chitarra dell’album, arrivando al suo completamento ancora in vita.
Wilson, che aveva appreso la sua sieropositività già nel 1982, tenne la sua condizione nascosta a tutti, compresa la sorella Cindy, con l’eccezione del batterista Keith Strickland, dal quale si fece in qualche momento aiutare. Ma non voleva che la sua malattia influisse sul resto della band e sulla realizzazione del disco. Wilson usò anche qui i suoi accordi e le sue soluzioni strumentali spigolose e particolari, che includevano a volte anche la rimozione di alcune corde. Strickland imparò il suo stile e dopo la sua dipartita si spostò definitivamente alla chitarra. Nell’ottobre del 1985 Wilson morì, a soli 32 anni, lasciando il gruppo attonito e disperato, al punto che per il disco, pubblicato poi nel 1986, non venne realizzata praticamente nessuna iniziativa promozionale. I B-52s impiegarono parecchio tempo per riprendersi dal colpo subìto e tornarono sulle scene solo nel 1988 con Strickland alla chitarra.
Riserviamo un’ultima doverosa citazione a colui che scelse non di registrare nuova musica ma di morire praticamente sul palco, il posto dove la sua unione col pubblico era davvero unica.

Ozzy Osbourne, provato dalla malattia e impossibilitato a mantenersi in piedi, si sedette sul trono di re del metal per l’ultima volta il 5 luglio di un anno fa a Birmingham, per “Back To The Beginning”, il suo saluto finale al pubblico e al mondo. Sceso da quel palco sopravvisse altri 17 giorni ma lo sappiamo tutti, lo so io e lo sapete voi, che Ozzy se ne andò alla fine di quel concerto con quel “C’mon get crazy, it’s the last song” con cui introdusse il finale con “Paranoid”. Ed era l’ultima per sempre, non l’ultima della serata. L’addio più commovente, triste e allo stesso tempo coinvolgente che forse mai un artista abbia riservato alla sua gente.

La carrellata finisce qui. Non prendetela come un tuffo nella tristezza o un elogio della morte. Questi artisti, ognuno a suo modo, hanno scelto di dedicare l’ultimo momento a quello che tutti noi amiamo di più: alla musica. Hanno insomma scelto di dedicarlo a noi. E ricordarli è il miglior modo per mostrarci grati.