Siamo arrivati al terzo album per la new sensation del rock americano odierno, almeno per quanto riguarda roots, americana e southern/country rock. Diciamolo, la band di Mobile in Alabama è una delle realtà più originali che i generi indicati abbiano messo sotto la loro ala, si potrebbe etichettarli come country/roots, ma in verità i due termini stanno stretti al gruppo, così come strette stanno le etichette southern o americana, perché i Red Clay Strays sono tutto e il contrario di tutto e mentre qualcuno prova ad incatenarli sotto qualche precisa definizione loro passano agevolmente attraverso i generi, si crogiolano nelle sonorità del sud, tornano tra le campagne o piazzano un rock’n’roll da balera per farci sobbalzare e cancellare tutto quanto scritto qualche minuto prima. “Grateful” è il terzo lavoro, si dice che sia un traguardo dove le band dovrebbero confermare quanto di buono fatto nei passati lavori, l’album più importante e per il sestetto dell’Alabama è così e anche di più, visto i nuovi sentieri musicali percorsi con più decisione e consapevolezza. “Grateful” ci sbatte in faccia di tutto, dal gospel di “Demons In Your Choir” al southern di stampo Lynyrd Skynyrd di “Down South” passando per il blues gospel di “People Hatin'” e per almeno una manciata di varianti dove il frontman Brandon Coleman dà voce a suo modo ai venti musicali che cambiano direzione ad ogni folata più intensa. I Red Clay Strays sono una realtà da seguire, non fosse altro per la loro assoluta mancanza di confini compositivi e per questo liberi di stupirci, non solo oggi ma sicuramente anche in futuro.