Quando si parla di supergruppi, bisogna sempre essere molto cauti. Nel caso di specie i Manraze lo sono per davvero, visto i componenti che ne hanno fatto parte. Il tutto nasce da un’idea del chitarrista Phil Collen che nei primi anni del 2000 accumula molto materiale, eterogeneamente diverso da quello che suona da sempre con i suoi Def Leppard. Da lì parte l’idea per formare una nuova band e in questo modo gli vengono in mente i membri dei Girl, la sua prima band, con cui ha mantenuto da sempre ottimi rapporti. Viene chiamato in suo soccorso il bassista Simon Laffy che non ha esitazioni, in quanto libero da impegni, ad accettare la proposta dello storico amico. I due iniziano a provare e a scrivere musica in attesa di vedere come vanno le cose. A chiudere il cerchio (e in maniera anche molto casuale per come viene contattato) ci pensa Paul Cook, mitico batterista dei Sex Pistols. In questo modo il power trio si viene a formare e l’obiettivo è quello di suonare musica aggressiva, ma che abbia dei riferimenti che vadano dai Nirvana ai Police passando per i Cream, tutte band composte da soli tre musicisti. Quando questi signori iniziano a suonare nei piccoli club inglesi, il risultato è entusiasmante. Il passo successivo, chiaramente, è quello di mettere su disco il materiale scritto ed in questo modo vengono fuori i loro due dischi (“Surreal” e “Punkfunkrootsrock”) che oggi sono nuovamente raccolti nel box della HNE/Cherry Red dal titolo “Lock, Stock & Barrel”. Sul materiale edito c’è poco da dire. I due lavori, per chi non li conoscesse, sono un bell’insieme di punk e rock classico, con influenze giamaicane tipiche dei Police. In questi album ci sono perle che avrebbero meritato successo ad ampio raggio come “Skin Crawl”, “Over My Dead Body”, “Bittersweet” e “Halo”, tanto per fare qualche nome a caso, ma la conoscenza di tali brani e di altri ancora è rimasto circoscritto a pochi fortunati che hanno conosciuto un progetto così bello, ma scarsamente pubblicizzato. Gli altri dischi che si trovano nel box sono per feticisti della materia. Il terzo dischetto contiene solo le versioni strumentali delle loro canzoni, mentre il quarto raccoglie le esibizioni live, sia elettriche che unplugged. Qui si nota la forza di un trio che, davvero, non era secondo a nessuno per intensità e perizia tecnica. Infine, l’ultimo cd presenta versioni alternative di loro canzoni e qualche inedito rimasto chiuso nel cassetto come la melodica “I Surrender” e l’ottima “Original Sin” che lasciano il rimpianto per quello che poteva essere e non è stato. Sul loro futuro, nelle note interne a firma di Jerry Ewing, è scritto “never say never” e la speranza è proprio quella di poter vedere nuovamente insieme questi signori che hanno scritto capitoli fondamentali della storia del “punkfunkrootsrcok”, parafrasando il titolo del loro secondo e ultimo capitolo!
