Lo sanno tutti o quasi; prima c’era una band straordinaria chiamata Creed, autrice negli anni a cavallo del nuovo millennio di tre album bellissimi, dal sound che all’epoca era descritto come post grunge, ma che il sottoscritto preferisce descrivere semplicemente come rock.

La band si sciolse e un anno dopo Mark Tremonti, Brian Marshall e Scott Phillips, si unirono al talentuoso cantante e chitarrista Myles Kennedy per formare gli Alter Bridge.

La band fin da subito ottenne un grosso successo, tanto che molti avrebbero scommesso nell’entrata del gruppo tra gli dei del rock e invece i tanti progetti che hanno coinvolto, da solisti e non solo, specialmente Kennedy e Tremonti, hanno rallentato la carriera del gruppo all’ottavo album in più di vent’anni, perdendo inevitabilmente in freschezza e a tratti creatività.

“Alter Bridge”, ritorno omonimo tramite Napalm Records, nulla toglie e nulla aggiunge al valore del gruppo statunitense, ormai perfettamente oliato nell’ingranare la prima e tirare dritto in una sgommata rock/metal d.o.c.

Sessanta minuti che variano appunto tra rock e metal moderno, in alcuni casi fin troppo vicino al metalcore (Trust In Me e Disregarded) e con qualche brano più consono al rock americano di scuola novanta come “Rue The Day” e “Scales Are Falling“.

Da segnalare il grande lavoro chitarristico della coppia Tremonti/Kennedy ed una sezione ritmica rocciosa formata come sempre dal duo Marshall/Phillips, per un disco che, se non fa gridare al miracolo, racchiude in sé tutte le prerogative per piacere ai fans del gruppo.

“Alter Bridge” andrà inevitabilmente incontro a non pochi paragoni con le band e gli album paralleli dei suoi leader, visto il successo che hanno ottenuto negli ultimi anni, meglio quindi concentrarsi sulla musica proposta che rimane di alto livello.