Una voce roca, intrisa di napoletanità e di quarantacinque anni di palcoscenico. Un carattere schietto, tagliente come una lametta, mai piegato ai compromessi del business. Pino Scotto non è solo una delle voci storiche dell’hard rock italiano – dagli anni d’oro dei Vanadium a una nutrita carriera solista, ma un testimone scomodo, un uomo che ha preferito la fabbrica alla fiera delle vanità pur di non tradire sé stesso.
In questa intervista rilasciata da casa, tra una connessione ballerina e la sua proverbiale ironia, Pino si racconta senza filtri. Parliamo del suo ultimo album, “The Devil’s Call”, un ritorno alle radici blues che lui definisce “la via della luce”. Scaviamo nelle pagine del suo libro, “Cuore di rock’n’roll“, un vaso di Pandora di verità profonde. E ripercorriamo una vita da fuggiasco: la fuga da Napoli a 17 anni, i primi mesi passati a dormire nelle auto, la fame, fino alla nascita del metal italiano.
Ma Pino Scotto è soprattutto un uomo che non ci sta. Una rabbia sociale che non si è mai placata e che oggi si riversa in un j’accuse feroce contro il sistema musicale italiano, le “tribute band”, la marcescente deriva culturale, i “paraculi” del potere. Con la stessa passione con cui parla dei suoi progetti umanitari in Guatemala.
Un dialogo franco, a tratti brutale, sempre autentico, dove Pino Scotto mi confessa che posso chiedergli qualsiasi cosa, fuorchè soldi. Un manifesto di resistenza rock, di dignità ostinata e di una speranza che, nonostante tutto, si aggrappa ancora al potere di un blues ben suonato. Perché, come ripete più volte: “Il potere ci vuole tutti in ginocchio. E io non ci sto.”

L’intervista a Pino Scotto
Nel tuo libro “Cuore di rock ‘n’ roll” emergono molte verità scomode. C’è qualche episodio o riflessione che ti va di condividere?
In questo libro ho aperto il vaso di Pandora. Mi sono messo a nudo, mettendo alla luce tutte le mie fragilità, le mie debolezze e tutta la mia forza.
Parliamo proprio di quel rapporto. Quanto pesa per te la libertà artistica rispetto alla necessità di avere visibilità?
La libertà è tutto. Anni fa fui chiamato per fare il giudice in uno dei più grossi reality, per prendere il posto di un vocalist famoso che non c’era più. Dissi di no. Ho detto: “Non so se sono bravo a cantare o a scrivere, ma questo è il mio sogno e non me lo deve toccare nessuno”. Finché anche solo una persona verrà in un pub a sentirmi, per quello che faccio io, va bene così. Io ho cominciato a 17 anni, ora ne ho 76, e ho la scorza dura. Una scorza che è sempre più grossa, sempre più resistente, quando si tratta della mia dignità di uomo e di artista. Mio padre mi ha insegnato questo. Ho rifiutato una montagna di soldi – credimi, veramente tanti – e ho sempre detto quello che penso. E in questo mi sono tagliato i coglioni da solo, perché alla gente spesso non devi dire quello che pensi, ma quello che vogliono sentire. E a me questo non è mai andato bene. Questa scelta, forse, mi fa onore.
La tua musica ha sempre riflettuto il disagio sociale e l’indignazione. Oggi, con tutti i cambiamenti e le crisi globali, come si traduce questa indignazione nella tua arte?
Si traduce sempre nei miei testi, è lo stile che ho scelto. In questo ultimo disco, “The Devil’s Call”, ho deciso di tornare al blues, alla luce. Avevo bisogno di luce, di onestà, di purezza umana e artistica. In questo disco sono tornato a casa, al blues. È la mia nuova via, la via della luce, e negli ultimi anni la sento sempre più mia, sempre più vera. Lo dico da anni: dobbiamo tornare al blues e riscrivere la storia del rock da capo. Il rock, purtroppo, ha prodotto grandi musicisti, ma oggi mancano band che rimarranno nella storia come i Led Zeppelin. L’unica soluzione per salvare la dignità del rock è tornare al blues, percorrendo una strada diversa. E noi italiani abbiamo musicisti e vocalisti eccezionali per farlo.

Ricordi la prima volta in cui Pino Scotto ha cantato davanti a un pubblico?
Sì, ricordo. Vengo da Monte di Procida, in provincia di Napoli. Sono scappato di casa a 17 anni perché volevo fare musica. Mio padre voleva il posto fisso per me al porto di Napoli, ma io sono scappato letteralmente. Nei primi mesi ho dormito nelle macchine, nei parcheggi abusivi. C’era un parcheggiatore abusivo che mi faceva dormire nelle auto e al mattino mi svegliava: “Sta arrivando ‘o padrone, scinne!”. Era di una gentilezza incredibile. Facevo mesi senza soldi per mangiare. Poi ho cominciato a suonare il basso con un artista, ho guadagnato qualcosa e ho affittato una stanza, un buco con un bagno. Lì almeno avevo dove dormire e andare in bagno, per la doccia andavo ai bagni comunali. Da lì sono nati i Daydream, poi il contatto con Renzo Arbore, la chiamata per il militare, il trasferimento a Milano… e il resto è storia. A Milano nacquero i Pulsar, poi i Vanadium – otto album con loro – due album con il progetto Fire Trails, e non so quanti altri… questo è il mio 24esimo album in carriera.
Con i Vanadium hai contribuito a forgiare il metal italiano. Guardando al presente, quali ritieni siano gli errori più grossi fatti dalla scena che le hanno impedito di crescere come meritava?
Non abbiamo sbagliato noi, le band. Ha sbagliato il paese. In questo paese la nostra musica non è mai esistita per il sistema. Non c’è meritocrazia per gli artisti italiani. Agli artisti di altri generi lo Stato dà anche soldi per i tour. A noi no. Questo sarà sempre il paese della pizza e del mandolino, che poi si traduce sempre in “musica di merda”. E ora è peggiorata: fanno cantare la gente con la macchinetta, a Sanremo. “Ma tu lo sai cantare? Devi andare a zappare!” E invece vincono. Uno schifo, e nessuno dice niente. Perché questo è un paese di paraculi. Se non ci fosse un po’ di onestà umana, sarebbe ridotto ancora peggio.
Sei stato spesso un rocker “contro tutti”. Contro chi, secondo te, vale la pena combattere oggi?
Io mando a fare in culo gli stronzi, i disonesti, i pezzi di merda. Quello che magari altri non fanno. La verità è lì, a toccata di mano, basta allungare la mano, ma molti non la vedono, cazzo, non la vedono. Gente come Achille Lauro e Rose Villain… tutti questi personaggi che non sanno neanche cosa sia la musica, gente che diventa famosa solo perché spende e basta. Ma in che paese di merda siamo? Alle nuove generazioni hanno fatto credere che l’arte, la cultura e la libertà siano cose negative. Gli hanno fottuto il futuro, e l’hanno fatto senza mascherina.
Rock TV è stata un’isola felice per una generazione. Come descriveresti il suo ruolo, col senno di poi?
Rock TV è un’isola felice. Andiamo in onda su un’app gratuita che si chiama Plex, non costa niente. L’altro giorno abbiamo festeggiato 25 anni. E lì non ci paga nessuno, anzi, a volte ci tocca pagarci pure la benzina per andare in sede, che abito dall’altra parte di Milano. Tutto perché si spera sempre di convincere qualche ragazzo, qualche ragazzo giovane, ad ascoltare la grande musica, il grande rock, la verità della cultura rock. È per questo che consiglio a tutti di leggere il mio libro: si parla di sogni, di libertà, di sacrificio. La libertà non te la regala nessuno, costa sacrificio. Io a 14 anni, nel mio paesino, mi mettevo davanti allo specchio in camera con una scopa a imitare Elvis Presley. I sogni esistono, ragazzi, bisogna crederci, ma bisogna anche lottare per loro.
Se potessi tornare indietro, al giovane Pino Scotto che iniziava, che consiglio gli daresti?
Non credo che avrebbe bisogno di consigli, il Pino Scotto 17enne è partito che era una furia. Però il Pino Scotto, specialmente quello dai primi anni ’80 fino al 2010… tante storie – parlando di eccessi, sto parlando di altre cose – non le farei sinceramente. Sono sette anni che non tocco più niente, non fumo più neanche le sigarette. Pensa che vita di merda che faccio [ride].
Parliamo del tour di “The Devil’s Call“. Ci sono aneddoti che ti hanno fatto riflettere sul futuro della musica?
C’è rimasto molto poco, è rimasto molto poco. Con l’avvento di questo genocidio culturale che sono le “Tribute Band”… per me ci possono stare delle cover band che tributano il grande rock, ma fermiamoci lì. Il “tributo” è diventato uno sfacelo: locali che fanno solo serate tributo. E il problema lo fa il proprietario perché se non le fa chiude, è la gente che li va a vedere, capito? Questo è il problema. Io, per esempio, quando suono, pretendo che prima di me salgano band di ragazzi giovanissimi. Diamo spazio a loro, prima che si rompano le scatole e mollino lo strumento, o finiscano a fare tributi anche loro. Dite ai proprietari dei locali: dedicate una serata, magari un giovedì, solo alle band emergenti. È meglio ascoltare una band che sbaglia due accordi ma è vera, che gente che scimmiotta i famosi.
Hai vissuto esperienze umanitarie. Credi che un artista debba essere anche un testimone sociale?
Assolutamente sì. Chi ha un po’ di visibilità ha il dovere di usarla per il bene. Con la dottoressa Caterina Vetro abbiamo creato un progetto, abbiamo fatto una scuola di musica per bambini in Guatemala, aiutato Padre Sergio che mantiene 250 bambini in Guatemala. Penso che non ti costi niente. Se hai visibilità, chiama gli amici veri che ne hanno, solo così puoi raccogliere fondi seri. Altrimenti, se faccio un concerto io coi ragazzini, la gente non viene. Fare del bene fa più bene a chi lo fa che a chi lo riceve. È la verità. Quando te la senti nel cuore, ti senti onorato, felice.
Come vedi l’evoluzione del rock nel futuro prossimo? C’è qualcosa che può rinvigorire la scena?
Non vedo niente, io non ci vedo niente che si possa usare per andare avanti. Sono più che convinto che rifacendo una strada, un percorso di qualche anni, con le contaminazioni giuste e naturalmente col blues, partendo da quegli anni, si possa creare qualcosa di nuovo. Ma ora ascolto solo copie, fotocopie. Quando spariranno queste band come Judas Priest – e siamo tutti più grandi, abbiamo una certa età – non resterà più niente. Resteranno solo tribute band. Ci vogliono 10 mesi per riempire un festival con nomi veri.
Dopo decenni di palchi, qual è la lezione più importante che vuoi tramandare?
La resilienza. Continuare a creare è la forza più grande, è una coperta di Linus per il tuo lato umano e artistico. Poi, crederci in quello che fai. Se non ci credi tu, se ti vuoi vendere e andare a Sanremo a fare la canzonetta… la gente non sa un cazzo di quello che c’è dietro, dietro i reality, tutta questa merda… Credete nei vostri sogni, fate quello che vi fa stare bene, non solo nella musica. Perché la vita è veramente una merda, ragazzi. La gente ti vuole come vogliono loro, ti vogliono in ginocchio. Il potere ci vuole tutti in ginocchio. Svegliatevi! Creiamo delle nuove generazioni di ragazzi con i controcazzi, perché questi ragazzi sono il futuro del nostro paese. Se il futuro è quello che si vede in tv o negli stadi oggi, siamo messi malissimo, ve lo dico nella mia lingua, stiamo combinat malament.
Messaggio libero finale:
Grazie a tutti voi che mi avete seguito, che mi seguirete… ma quello che ho già detto: credete nei vostri sogni. Ma la cosa su cui insisto: sappiate che è dura, che è la strada più difficile. Perché la gente ti vuole come vogliono loro, ti vogliono in ginocchio. Il potere ci vuole tutti in ginocchio, ed è quello che ha ottenuto finora. Guardate la politica in Italia: quello più sano c’ha la rogna. Pensate come cazzo siamo conciati: vecchiette con la pensione da 500 euro che non può permettersi neanche un ticket per l’esame del sangue. Siamo ridotti alla merda, e la gente continua a sopportare. Niente, vedo sti ragazzini negli stadi che dai reality vanno a fare i fenomeni… Mi sembra che ci sia qualcosa che non vada al cervello. Porca puttana! Svegliatevi!
Conclusioni
Per approfondire: il libro di Pino Scotto “Cuore di rock ‘n’ roll” è disponibile in libreria e online. Il suo ultimo album, “The Devil’s Call”, è disponibile in vendita diretta ai concerti e sui canali ufficiali. Per seguire i prossimi live e iniziative di Pino Scotto, è possibile seguirlo sui suoi profili social.
Grazie a Pino Scotto per il tempo, la schiettezza e la forza dirompente di questa chiacchierata. Non un semplice incontro, ma un’affilata lezione di rock – inteso come stile di vita, difesa della dignità e rifiuto perpetuo di inginocchiarsi. La sua strada, oggi più che mai, torna al blues – alla luce, come ama dire. E forse, in un panorama musicale spesso omologato, è proprio da quel ritorno alle radici, sporche e vere, che può riaccendersi una scintilla.