Approfittando di questa nuova edizione del classico “Journeyman”, dedichiamo due righe al grande Eric Clapton: icona, superstar, guru del rock blues britannico prima, e della storia del rock in generale dopo gli sfavillanti anni a cavallo tra ‘60 e ‘70.

La storia di “Slowhand” la conosciamo più o meno tutti: chitarrista tra i più raffinati del genere, prima di intraprendere la sua lunga carriera solista ha suonato con la crema del british blues degli anni d’oro.

The Yardbirds, John Mayall & The Bluesbreakers, Cream, Derek And The Dominos, più una lunga serie di collaborazioni, che lo hanno reso uno dei maggiori punti di riferimento del rock degli ultimi sessant’anni.

“Journeyman” uscì nel 1989, in un periodo in cui Clapton aveva rinunciato parzialmente al rock blues per un approccio pop/rock che lo aveva visto scalare le classifiche, ma facendogli anche perdere qualche fan della prima ora.

In effetti l’album (a cui parteciparono una manciata di leggende musicali come George Harrison, Phil Collins, Daryl Hall, Robert Cray e Chaka Khan) risente ancora del mood anni ‘80, anche se i brani dove il pop/rock lascia spazio ad un blues/soul elegante (Old Love) non mancano, oltre a brani famosissimi come l’opener “Pretending”, “Bad Love” e “Running On Faith”.

Nella sua ultima veste, l’album si arricchisce di una nuova masterizzazione e di quattro tracce tratte dalle sessioni originali, tra cui “Higher Power”, brano soul/rock uscito come singolo, scritto da Jerry Williams, autore di una manciata di canzoni dell’album.

“Journeyman” rimane un buon lavoro, lontano dal rock blues per cui Clapton viene ricordato, ma specchio delle produzioni con cui il nostro ha attraversato gran parte di quel periodo, almeno fino a metà anni ‘90.