Dalla terra dei mille laghi, la Finlandia, paese col più alto numero di band metal rispetto a quello di abitanti, ecco arrivare una nuova sensazione hard rock: Mandy Manala.
La loro storia è breve e inizia l’estate scorsa con una cassetta demo anonima e si concretizza a maggio con la realizzazione di questo primo album self-titled che esce per una label italiana, la Octopus Rising Records, sottoetichetta della più nota Argonauta Records di Genova.
L’embrione da cui si generano è quello dei MotörCünt, una tribute band dei Motörhead con voce femminile, scioltasi durante la pandemia.
Ma Kenneth Norrlin, bassista, produttore e compositore, non voleva disperdere l’entusiasmo e le qualità vocali di Christa, per cui da lì nasce l’idea di formare i Mandy Manala, con conseguente scrittura dei pezzi e l’insolito modo di provare a farsi conoscere, cioè attraverso l’invio di una cassetta demo anonima a svariate etichette indipendenti, sperando che qualcuno rimanesse colpito dal contenuto.
La pubblicazione dell’album è la diretta conseguenza di ciò.
Il sound della band trae linfa dai seventies e si propone come un hard rock con elementi blues, talvolta boogie, ma anche con un fascinoso afflato dark perfetto per descrivere testi che esplorano la parte oscura dell’umanità.
Tra le tante influenze, per la voce calda e potente e per la timbrica, mi hanno riportato alla mente i Rise And Shine, band svedese con all’attivo cinque album, i primi due dei quali, “FlowerPowerMetal” (1998) e “Roadflower” (1999) editi dalla Black Widow Records.
Il nome deriva dalla supernonna di Kenneth che si chiamava Amanda e dal termine finlandese Manala che significa inferno o mondo sotterraneo.
Il disco è stato pubblicato solo in vinile e, al momento, non pare ci sia l’intenzione di farlo uscire anche in cd.

Un album di debutto deve presentarsi e “Stillborn” è il perfetto biglietto da visita, con un mid-tempo d’impatto, in cui le linee vocali già fanno intravvedere le loro potenzialità, le chitarre graffiano e la sezione ritmica mette in mostra il basso pulsante e molto presente di Kenneth, quest’ultimo anche autore del testo in cui viene riadattata una sua poesia scritta quando stava per diventare padre e in cui esprimeva le sue paure.
Una volta fatte le presentazioni, ecco “From whence you came”, che ti prende per il bavero e ti costringe a lasciarti travolgere da un brano più dirompente del precedente, girando intorno a metafore tese a rappresentare il confronto tra il bene e il male.
“The machine” poggia su riff trascinanti, con il basso in grande evidenza all’interno di ritmiche quasi tribali, mentre la voce assume connotati sciamanici e sensuali, con un’aurea blueseggiante perfetta per descrivere il degrado umano e l’infelicità latente all’interno della “macchina”.
Il brano successivo, “Black sheep” è una cover della cantautrice neozelandese Gin Wigmore, di cui i Mandy Manala ne offrono un’interpretazione magistrale, carpendone la melodia vincente, ma attribuendole un groove talmente fascinoso da oscurare l’originale.
Il singolo apripista è “May Queen”, con un inizio cerimoniale ad appannaggio della voce di Christa che anticipa l’evolversi di un brano dalle tinte darkeggianti che si aprono agli sprazzi di luce garantiti dalle linee melodiche di un refrain seducente, mentre le rimiche si fanno più furiose in attesa della quiete finale; il pezzo è ispirato al film “Midsommar” di Ari Aster, ma anche allo stile di Ingmar Bergman e vuole essere un inno di mezza estate oscuro.
Le cadenze di “The dark passenger” su una cascata di riff sfiorano il doom, mentre dal punto di vista del contenuto si parla del cervello rettiliano in grado di controllare le emozioni più primitive e istintive.
L’assalto alla baionetta di “War drums” tiene fede al titolo, con un hard rock bombastico che non lascia scampo, linee di basso preponderanti e liriche degne del resto, andando a dissertare ancora sulla stupidità del comportamento umano.
Ancora ispirazione cinematografica con “The lighthouse”, questa volta dal mondo horror di Robert Eggers, mentre un ritmo boogie induce a battere il piede anche contro la propria volontà e riff scartavetranti accompagnano la prestazione superba della frontwoman.
Il brano finale, “When we rode out to war”, costituisce l’attestato con il quale questo esordio può essere ritenuto promosso con il massimo dei voti; una sorta di ballata metal di dieci minuti, ritmi rallentati, suoni lisergici, sviluppo in crescendo e lei, la cerimoniera Christa, che interpreta la drammaticità della guerra… guerra intesa nel suo senso più allargato, comprese quelle nel business musicale, tra agenti, band, label,…
“Mandy Manala” una bomba da ascoltare senza indugi e da farla propria… finché è possibile.

Band:
Jonas Snickars – batteria
Kenneth Norrlin – basso
Christa Nedergård – voce
David Granfors – chitarra solista
Joel Vienonen – chitarra ritmica
Tracklist:
- Stillborn
- From whence you came
- The machine
- Black sheep
- May queen
- The dark passenger
- War drums
- The lighthouse
- When we rode out war