Più volte ho sottolineato di come il rock oggi trovi terreno fertilissimo in Scandinavia, con un numero impressionante di band che vanno dal metal al prog nelle loro varie accezioni, passando per folk, hard rock, gothic,…
Anche l’Islanda, nonostante le sue ridotte dimensioni e una popolazione che non arriva a quattrocentomila anime, ha un livello qualitativo di pregio, rappresentato da nomi che hanno raggiunto importanti vertici di popolarità: Björk, cantautrice d’avanguardia; Sigur Rós, prog moderno; gli storici IceCross e Svanfridur; oltre ai più recenti Katla e Isafiørd.
Tra questi vanno considerati con molta attenzione i Sólstafir, nati nel 1995 a Reykjavik, e autori fino ad oggi di otto album.
Gli esordi con “Í Blóði Og Anda” (2002) e “Masterpiece Of Bitterness” (2005) viaggiano in ambiti estremi, in cui il black si fonde col viking, ma già nel secondo si notano contaminazioni che fanno intravvedere il percorso musicale che caratterizzerà il loro futuro.
Infatti, da lì in avanti vengono considerati un band post rock, definizione che non amo molto; la cosa certa è che la loro musica è assolutamente in simbiosi con l’ambiente che li circonda e ciò si evidenzia da alcuni aspetti: intanto, cantano praticamente tutto in lingua madre; il nome, Sólstafir, significa “raggi crepuscolari”; infine, le loro sonorità descrivono contestualmente la tranquillità delle lande islandesi, la magnificenza dell’aurora boreale, la potenza esplosiva di vulcani e geyser oltre a quella impetuosa di torrenti e cascate.
“Köld” (2008), “Svartir Sandar” (2011), “Ótta” (2014) e “Berdreyminn” (2017) sono lavori bellissimi e confermano esattamente quanto affermato prima.
“Endless Twilight Of Codependent Love” del 2020, pur essendo valido, a parer mio è meno ispirato dei suoi predecessori, motivo per cui ho approcciato il nuovo “Hín Helga Kvöl” con curiosità, ma molta circospezione.
Fortunatamente non sono stato deluso e l’album si dimostra ottimo e riporta la band sui livelli cui aveva abituato.
Suoni soffusi aprono “Hún andar” prima che si trasformi in una cavalcata hard, dove emerge la voce drammatica che delinea melodie intense e sofferte.
La title track viaggia in territori estremi e gode di una solennità black che emerge tra le ritmiche forsennate e la voce che si fa cattiva.
Stupendo l’hard rock di “Blakkrakki”, con un refrain azzeccato e una linea melodica accattivante, prima di lasciare il passo alle atmosfere dilatate di “Sálumessa”, col suo sinfonismo intimo e drammatico e le liriche che sembrano provenire da lontano.
L’esplosiva “Vor ás” alterna aperture suadenti a sfuriate abrasive, in attesa di un finale in cui nel refrain si aggiunge anche la voce femminile che arricchisce di enfasi.
“Freygátan” è un brano ispirato, introdotto dal piano e da caratteristiche tipiche della ballata, prima di propendere per l’aumento di voltaggio, liberando la solista su coordinate pinkfloydiane.
“Gryla” esprime un alto tasso di drammaticità, espresso dall’interpretazione vocale su ritmiche pulsanti, con intermezzo lisergico, prima di un finale pirotecnico.
Ancora rabbia estrema con “Nú mun ljósið deyja”, dove l’aggressività è accompagnata da afflati psichedelici.
L’album si conclude con “Kuml (forspil, sálmur, kveðja)”, in cui sinfonie lisergiche dettate da un sax sublime accolgono voci salmodianti e uno sviluppo talmente sorprendente da obbligarmi a ricorrere al termine prog… quello di larghe vedute.
I Sólstafir presentano ancora un album ricco di tutti gli aspetti che li hanno resi riconoscibili al primo ascolto; consiglio di approfondirlo e, se si presenta l’opportunità, di andarli a vedere dal vivo, dove offrono prestazioni intense.

Band:
Adalbjörn Tryggvason – voce e chitarra
Sæpór Maríus Sæpórsson – chitarra e cori
Svavar Austman Fraustason – basso
Hallgrímur Jón Hallgrímsson – batteria
Guests:
Halldór Á. Björnsson – piano
Borgar Magnason – doppio basso su 6
Jens Hanson – sax
Erna Hrönn Ólafsdóttir – voce femminile su 5
Tracks:
- Hún andar
- Hin helga kvöl
- Blakkrakki
- Sálumessa
- Vor ás
- Freygátan
- Gryla
- Nú mun ljósið deyja
- Kuml (forspil, sálmur, kveðja)