L’avevo anticipato nella recensione relativa ai Bobbie Dazzle, per cui eccomi qui a parlare degli Alunah, heavy psych doom band inglese proveniente da Birmingham.

Nascono nel 2005 e la loro carriera può suddividersi in due fasi: la prima, costituita da quattro album con Sophie Day alla voce (e al basso) caratterizzati da un doom che, onestamente, non mi ha mai fatto gridare al miracolo; la seconda, segnata dall’arrivo dietro il microfono e in sede compositiva di Siân Greenaway, che ha spostato le coordinate sempre intorno alla “musica del destino”, ma denotando una necessità di fuga dagli schemi tipici del genere per andare verso momenti più aperti e ancestrali, ricordando la strada intrapresa dagli inarrivabili Avatarium.

Questo si evidenzia già dal mini “Amber & Gold” (2018), contenente una splendida cover di “Wicked game” di Chris Isaak, e ancor più dai due full lenght “Violet Hour” (2019) e “Strange Machine” (2022), entrambi editi per la nostrana Heavy Psych Sounds.

Il nuovo “Fever Dream” è la summa di tutto questo, andando a costituire il loro album migliore, nonché quello da cui farei partire un ascoltatore desideroso di conoscerli.

L’iniziale “Never too late”, dinamica e ritmata, vede un’ospite d’eccezione, Francis Tobolsky dei grandissimi tedeschi Wucan, andando a costituire un’accoppiata di voci femminili d’eccezione.

“Trickster of time” alterna sfuriate di hard rock settantiano a momenti più dilatati, esibendo una prestazione vocale super ed evidenziando anche il ruolo della frontwoman al flauto.

Percorsi lisergici quelli intrapresi sulla title track che sprigiona classe e feeling, aumentando gradualmente i decibel nella parte finale.

Un basso pulsante e vocalizzi fatati aprono “Hazy Jane” che poi si sviluppa marchiando con il fuoco il loro rock roccioso e sciorinando uno splendido assolo.

“Sacred grooves” viaggia in ambientazioni occulte e sacre, come a rappresentare un rito in una radura nella foresta, passando da momenti psichedelici e oscuri ad altri più ruvidi ed energici.

La breve “Celestial”, esprime in pochi minuti suoni tipici del folk prog e altri di chiara matrice doom, introducendo a “The Odyssey”, brano che mixa ritmiche tribali, una solista ispirata, riff potenti e linee vocali sognanti.

Struttura ad alto voltaggio quella di “Far from reality” in cui si distinguono i fraseggi di flauto di Siân e un assolo di livello.

Note di piano danno il via a “I’ve paid the price”, prima che un hard rock potente prenda in mano le redini del brano, intervallato da momenti lisergici dove la vocalist dà il meglio di sé.

Chiudo annunciando una notizia dell’ultima ora, Siân Greenaway ha lasciato la band per dedicarsi ai Bobbie Dazzle di cui sopra; comprensibile la sua scelta, anche perché in un mondo giusto questo progetto dovrebbe spopolare, speriamo che gli Alunah sappiano sostituirla adeguatamente per proseguire un discorso che si è fatto molto interessante.

Band:

Siân Greenaway – voce e flauto

Daniel Burchmore – basso

Jake Mason – batteria

Matt Noble – chitarra

Guests:

Francis Tobolsky – voce aggiunta su 1

Aaron B. Thompson – piano su 9

Tracks:

  1. Never too late
  2. Trickster of time
  3. Fever dream
  4. Hazy Jane
  5. Sacred grooves
  6. Celestial
  7. The Odyssey
  8. Far from reality
  9. I’ve paid the price