Voi non potete capire. Non lo dico per fare il superiore né lo snob. Ma se in quegli anni non vi siete battuti fino all’alba contro le orde new romantic e non avete incrociato le vostre asce con i Milli Vanilli, non potete capire cosa significava in quel 1985 il disco dei Lone Justice. Perché fino a quel momento a tenere alta la bandiera del rock nei divertenti ma assurdi anni ’80, erano insigni generali ancora in sella dai ’70. Maria McKee invece era il nuovo, l’eletta, la predestinata, una sorta di Madonna country rock con la sua banda di killers armati di chitarra basso e batteria. Avendo a disposizione il solo video di “Ways to be wicked”, tutti comprammo il disco, fidandoci della copertina, con quei due occhi blu imbronciati, una foto così unica che ancora oggi la cover di Lone Justice la riconoscono tutti al primo colpo. Facemmo bene perché era una bomba di disco di alt country rock’n’roll accelerato ed entusiasta. Ma Maria non aveva intenzione di diventare la profetessa del cow punk, e così dopo solo un altro disco (che era già altra cosa, nei suoni e nella band) abbandonò la sigla Lone Justice per fare la cantante solista (naturale, con quella voce), lasciandoci di nuovo nella disperazione, ad aspettare che dopo altri cinque anni Kurt Cobain disintegrasse i cazzo di anni ’80 in una nuvola di cipria. Ma non abbiamo mai smesso di sperare che i Lone Justice tornassero, sebbene Maria abbia fatto di tutto per evitarlo.

Ecco perché avere oggi per le mani, 37 anni dopo, un nuovo disco di quella storica sigla è un tuffo al cuore. E adesso dovrei dirvi che anche questo è una bomba, ma davvero vi aspettate gli stessi Lone Justice di una Maria McKee ventunenne ora che ha quasi 60 anni? Ovviamente no.

Maria ha ancora una voce ineguagliabile, che anzi con la maturità è diventata più piena e controllata. In questo disco si sente l’eco delle tante cose che ha fatto in questi decenni. Si apre con un pezzo, “You Possess Me”, quasi solo vocale, tanto per mettere le cose in chiaro; si prosegue con un traditional “Jenny Jenkins”, forse la canzone migliore del disco, in duetto fra la McKee e Ryan Hedgecock (chitarra). Qui siamo davvero in territorio Lone Justice, sulla falsariga delle antiche “Soap, Soup And Salvation” o “Workin Late”. Poi ci sono un paio di pezzi proprio country, con acustica e violino di ordinanza, inframezzati però dall’elettrica versione di “Teenage Kicks” degli Undertones che ci ricorda di nuovo che i Lone Justice sono stati baluardo del rock e non solo un gruppetto di cowboys. Al passato sono affidati i pezzi più ritmati, anche “Nothing Can Stop My Loving You” infatti viene dal repertorio dei vecchi Justice. Si chiude con un’inattesa, bella cover di “I Will Always Love You” (tributo a Dolly Parton, fin dagli esordi una delle più grandi sostenitrici dei Justice) e con “Sister Ann” (firmata nientemeno che da Fred “Sonic” Smith), rock’n’roll con piano, elettrica, fiati e un minuto di fanfara finale, in cui la McKee dà sfogo alla sua ugola come ai bei tempi. Maria è cresciuta, non è più una ventenne, ha avuto mille esperienze di vita e musicali e non credo francamente che siano tutte qua dentro. Ce ne ha messe un po’, magari ne ha tenute da parte anche per altri dischi, chissà. Appuntamento allora fra altri 37 anni per un nuovo Lone Justice, sempre con le lacrime agli occhi.

La copertina del primo album dei Lone Justice, che ha fatto innamorare il nostro collaboratore Gabriele Bassanetti!