Il rock di matrice settantiana costituisce una bella fetta del mercato odierno e non è facile districarsi tra le innumerevoli uscite, spesso di buona qualità, cercando di scoprire quelle entità che hanno qualcosa in più delle altre.
Certo che se una band viene selezionata e scritturata da una casa discografica come la Rise Above, le antenne degli appassionati si drizzeranno di sicuro.
Infatti, l’etichetta inglese di Lee Dorrian, dapprima nei Napalm Death e poi leader dei seminali Cathedral, nel corso degli anni si è specializzata nel cercare talenti o chicche in giro per il mondo, muovendosi in territori variegati e scoprendo tesori nascosti.
Gli White Dog sono tra questi e provengono da Austin in Texas.
Nessuno dei membri della band ha esperienze di fama, ma questo diventa irrilevante ascoltando la qualità della loro proposta, un hard blues che presenta spunti di southern e psichedelia, facendo percepire da un lato influenze variegate, dall’altro la capacità di interpretarle in maniera personale unita a quella di saper scrivere canzoni.
Già il primo album omonimo del 2020 mi aveva impressionato e il nuovo “Double Dog Dare” non solo conferma, ma migliora l’ottima opinione che ho di loro.
Il pezzo iniziale “Holy smokes”, vale da solo l’acquisto, grazie a una cavalcata hard con le soliste in auge, ma, soprattutto, alle parti corali in cui voci maschili e femminili creano un effetto spettacolare e coinvolgente.
La title track sembrerebbe muoversi su territori più classici, prima di presentare afflati southern e poi travolgere con un crescendo boogie.
“F.D.I.C.” si muove con maggior rilassatezza, pur non lesinando grinta e anima, sciorinando assoli ispirati, ritmiche pulsanti e ancora parti corali miste, grazie alla presenza dell’ospite Rocky Anne Bullwinkle; mentre “Glenn’s tune” trasuda America da tutti i pori e vede il bassista Rex Pape alla voce.
La breve e ironica “A message from our sponsor” prepara il terreno per il capolavoro “Frozen shadows”, una power ballad in cui il feeling scorre a fiumi, l’hammond pretende e ottiene più spazio, la voce tocca vertici drammatici e le chitarre prima commuovono e poi diventano torrenziali.
La parte finale è affidata a due brani di classico hard blues, intramezzati da “Prelude”, breve strumentale a tinte psichedeliche e acustiche: il primo, “Lady of mars”, è a trazione chitarristica e fa onore a un titolo impegnativo; il secondo, “The last ‘dam’ song”, vede organo e synth coprotagonisti con le sei corde nella costante ricerca di emozioni.
“Double Dog Dare” è una conferma del talento dei texani White Dog e, soprattutto, che possiedono lo spirito necessario per emergere e uscire dai cliché… Bravi Lee Dorrian e il suo staff per averli portati al pubblico europeo.
White Dog:
Carl Amoss – chitarra elettrica
John Amoss – batteria
Oscar Favian – synth, organo e cori
Clemente de Hoynos – chitarra elettrica e acustica
Jake La Touf – voce
Rex Pape – basso, chitarra 12 corde, cori e voce su “Glenn’s tune”
Guest:
Rocky Anne Bullwinkle – cori su “Holy smokes” e “F.D.I.C.”
