Gli inglesi Muse sono una delle ultime rock band ad aver segnato la storia di questa musica. Un trio capace di portare un proprio suono subito identificabile e di non farsi trascinare dal giochino delle mode. Questo decimo album ci restituisce in parte le radici del gruppo, quando il rock duro – suonato alla loro maniera, con un carico di magniloquenza innovativa – era al centro delle strutture. Non è scomparsa la componente elettronica che aveva preso il sopravento nell’ultimo decennio, ma i contributi del bassista Chris Wolstenholme e del batterista Dominic Howard, di nuovi coinvolti nella scrittura, dopo anni di silenzio (da “Absolution” del 2003!!), hanno rimpolpato il versante rock. In giro ho letto recensioni lusinghiere di questo album, io non mi nascondo e vi dico che solo dopo numerosi ascolti mi è entrato dentro, convincendomi. È un ritorno alle origini, ma non così netto come la band stessa aveva annunciato, tuttavia si percepisce la volontà di staccarsi dall’ultimo modello, che a mio avviso, non aveva più nulla di dire. Tuttavia si parte con un trittico che si specchia con le ultime produzioni, troppo cariche di effettistica elettronica, poi emerge “Be With You” con la voce androgina di Bellamy che ci avvolge, mentre l’inizio chitarristico di “Hexagons” mescola Eddie Van Halen e Judas Priest!! Ed è in questo rimestare metal, elettronica e pop che i Muse hanno trovato il terreno ideale su cui muoversi, come dimostrano le altre perle “Cryogen” il metal versione Muse con un refrain elettrico killer e i riff sincopati di “The Sickness In You & I” e “Unravelling” che viaggiano ai confini del nu metal. Trovo invece debole il pop dance di “Hush”, dove la voce di Ellie Goulding divide lo spazio con Bellamy. La chiusura riflessiva di “Space Debris” alimenta le parole del cantante che, in sede di presentazione dell’album ha detto: “Parla di solitudine, di intelligenza non umana, della ricerca dell’uomo e del desiderio di non essere soli, sia spiritualmente che a livello del cosmo. Cerchiamo l’amore per non sentirci soli e come specie cerchiamo di non essere soli nell’universo”. “Wow” Signal”, prodotto dalla band, Dan Lancaster e Aleks von Korff, ci offre almeno cinque brani che hanno un peso specifico importante, e nell’insieme dimostra che i Muse, anche in concerto, con i loro stupefacenti spettacoli, hanno ancora tanto da offrire.