Ian Gillan, Roger Glover e Ian Paice devono per forza aver fatto un patto con il diavolo e con ancora accanto i fidi Don Airey e Simon McBride ci regalano un altro album, il ventiquattresimo della loro infinita carriera. Musicisti che hanno fatto la storia del rock sono passati nelle fila di questa leggendaria band che in quasi sessant’anni ha dimostrato come si possa attraversare un così lungo tempo mantenendo una forte identità e credibilità. E’ vero che una manciata di album fisiologicamente non sono all’altezza degli altri, ma è vero anche che si parla di eccellenza, e quindi si può sicuramente perdonare al gruppo qualche inciampo qua e là. I “Purple” oggi sono un gruppo di anziani signori (a parte il chitarrista Simon McBride girano tutti intorno agli ottant’anni) che fanno musica per divertirsi e fare divertire, bruciano tempi e tappe come dei giovani e virgulti rockers, sono già pronti per partire in tour e sembra abbiano in programma un nuovo album (se non è rock’n’roll questo…). “Splat!” quindi conferma l’ennesimo momento magico per lo storico gruppo inglese, capitanato da un Gillan assolutamente in forma, una raccolta di tredici brani che vanno dritti al punto, in your face, tremendamente esaltanti e ricchi di spunti che richiamano il glorioso passato senza sconfinare nella riproposizione nostalgica di un sound che ha fatto storia. Dall’alto della loro infinita esperienza e classe i cinque pard ci vanno giù pesante, lasciando che Airey abbia il suo meritato spazio sperimentando soluzioni testieristiche senza inficiare l’approccio diretto dei brani che, grazie al minutaggio perfetto per delle rock songs, si fanno spazio una dietro l’altra senza perdere un grammo in qualità ed incisività. La lista delle canzoni che meritano una citazione sarebbe lunga, i singoli usciti negli ultimi tempi (“Arrogant Boy” e “Diablo”) danno sicuramente un’idea di cosa ascolterete su “Splat!), quindi non vi rimane che fare vostro il disco ed immergervi ancora una volta nel profondo porpora. (Alberto Centenari)
Quando si parla di band come i Deep Purple molti di noi preferirebbero che i nostri anziani gruppi lasciassero il palco, certo, è inevitabile che la vecchiaia incida nelle prestazioni giornaliere di chiunque e nel caso di alcuni vecchie band dal vivo diventa difficile riproporre quello che in gioventù sono stati cavalli di battaglia, ma in studio la vena creativa dei vecchi Purple è sicuramente ancora molto fresca, quattro membri su cinque del veterano quintetto rock hanno ottant’anni o stanno per averli ma le canzoni del loro ventiquattresimo album in studio in circa sessant’anni di lavori sembrano il lavoro di una band in piena esplosione. Senza dubbio la presenza del nuovo chitarrista Simon McBride, che ha debuttato nell’album =1 dei Purple del 2024 ha dato nuovo smalto alla band, macinando riff a volte pesanti, passando per fraseggi blues e in sintonia totale con l’organo Hammond, il pianoforte e altre tastiere di Don Airey, in alcuni brani creando linee all’unisono incredibili. Il bassista Roger Glover e il batterista Ian Paice si mettono a disposizione ancora una volta con tappeti ritmici precisi e potenti, Ian Gillan, può anche aver perso qualche nota al massimo della sua estensione, ma resta in controllo totale nei brani, confermando la sua unicità, a chiudere il cerchio una tonnellata di energia, resa possibile dalla produzione scintillante di Bob Ezrin. Tutti e 13 i brani sono compatti, non più di cinque minuti e la maggior parte sotto i quattro, e permettono a McBride e Airey molto spazio per allargarsi, sono loro due le principali pedine del disco: soprattutto in brani come “Arrogant Boy”, “The Only Horse in Town”, “Guilt Trippin'”, “Third Call” e “Jessicca’s Bra” brano veloce e intrigante. L’organo Hammond di Arey in “Lunatic” è da pelle d’oca, “The Beating of Wings” blues che riposta ai seventies, i sintetizzatori in “Sacred Land” con il suo incedere pesante e orientaleggiante e “Scriblin’ Gib’rish” è una bomba che ondeggia sopra la tua testa, uno dei due brani che non affronta tematiche futuriste nei testi di Gillan, il riff è potente e ti tiene in ansia fino alla fine. Un gran bel lavoro “Splat”, una produzione che in ogni preciso momento ti permette di distinguere ogni singolo strumento tutto è parificato e potente al punto giusto, non mi è chiaro quanti altri album ancora restino per i Deep Purple, ma con questi risultati che la collaborazione tra loro e Bob Ezrin continui pure per molto tempo. (Alessio Antonietti)
Il disco precedente aveva un titolo brutto e una copertina bruttissima, ma i contenuti più che buoni, per questo ventiquattresimo album di studio che festeggia quasi sei decenni di storia, i Deep Purple riescono nell’impresa di trovare un titolo non direi brutto, ma banale, tuttavia gli viene chiesto di reggere il peso non solo di una copertina bellissima, una sorta di Roger Dean in chiave moderna, ma soprattutto di contenuti quasi stupefacenti, se consideriamo la longevità della band. Da anni il trio Gillan, Paice, Glover non sfoderava un grinta simile, con grandi duelli di chitarra e tastiere e il solito immenso lavoro di cucitura di Ian Paice. Ma, mi sia concesso il coraggio, il vero vincitore di queste tredici tracce è il chitarrista Simon McBride, che al secondo lavoro con la band, è perfettamente calato nel telaio e porta quel tocco british che, con tutto il rispetto, Steve Morse non aveva. Inutile citare i titoli che trovate nelle ottime recensioni qui sopra, vi chiedo però di cogliere il senso delle mie parole “Splat!” è un disco vero, fatto di canzoni (“Diablo”, Arrogante Boy”, “The Beating Of Wings” e la mia preferita “The Only Horse in Town” sono miracolose nel loro, di energia, di intuizioni nella scrittura che viene da chiedersi dove sia il segreto di tanto ardore. E Ian Gillan? Trova con esperienza e classe il modo di nascondere gli anni e di offrire una prestazione convincente, che profuma di… Deep Purple. Ed è lo stessi cantante a dire: ” “I Deep Purple di oggi somigliano molto a una versione ‘attuale’ dei Deep Purple degli anni Settanta”. E sinceramente non trovo una definizione migliore. (Gianni Della Cioppa)

