Uscito in febbraio dello scorso anni questo undicesimo disco dei giapponesi One Ok Rock – in patria superstar, oltre confine comunque apprezzati – è un concentrato di emo rock che abbraccia un certo indie alternativo, con una spruzzatina di metalcore, ma sempre con l’obiettivo di conquistare pubblico e classifiche. Inutile girarci intorno, da un paio di decenni questo tipo di gruppi e di sound, hanno raccolto l’eredità di quello che era l’arena rock, roba alla Def Leppard e Guns N’ Roses per intenderci. Meglio? Peggio? Non mi interessa, i gusti cambiano e dobbiamo accettarlo, quindi l’unica cosa sensata da fare è decidere se la proposta ci piace o no. Sinceramente se il livello è questo, pur con i limiti di uno schema rodato – riff accattivante, cantato su tonalità alte e refrain epico, assoli ridotti all’osso – trovo la proposta del quartetto nipponico veramente intrigante. Si lavora molto sulla produzione, affidata ad uno staff, di cui vale la pena citare Rob Cavallo, uno che ha portato milioni di dollari nelle casse di Green Day, Goo Goo Dolls e Kid Rock, per fare qualche nome. Ci sono vari ospiti sia nella scrittura, che nelle parti suonate ed è questo l’unico limite, la sensazione è che tutto sia studiato a tavolino, che era la stessa cosa per i gruppi rock da classifica anni ’80, ma qui la cosa mi sembra esasperata al dettaglio. In sintesi il disco si ascolta volentieri, tutto funziona (“Delusion: All” e “+Matter” sono brani perfetti che tutti vorrebbero scrivere per diventare famosi e “This Can’t Be Us” è una delle più belle canzoni sul lutto mai ascoltate, veramente commovente), tuttavia resta un prodotto per teen ager. Ma se siete della serie “young forever” come me, dategli un ascolto, potrebbe sorprendervi.