Bisogna stare estremamente attenti alle etichette di genere musicali, soprattutto oggigiorno dove il web pullula di classificazioni frettolose e fuorvianti. Quando ho letto “Alternative Rock” associato ai Merak di Genova, confesso che i capelli mi si sono rizzati all’istante (e non ho molti capelli da rizzare). Non si tratta di preconcetto gratuito, intendiamoci: è un riflesso condizionato da un’era buia della musica rock, quel periodo grigio a cavallo tra i primi anni 2000 e la prima decade del millennio.

Ricordate? Svariati gruppi cartaimpecoriti proponevano la stessa idea preconfezionata: arrangiamenti semplicistici, voci arrabbiate che mascheravano in maniera raffazzonata un occhiolino al pop radiofonico, senza un briciolo di vera ribellione rock. Erano palinsesti che infestavano le TV all’epoca, perfetti per un sottofondo innocuo in un pub affollato alle 5 del pomeriggio, magari mentre mangi un panino con la salamella, senza infastidire gli avventori. Musica da ascensore priva di pretese, che non aveva né capo né coda, e che ha contribuito a sterilizzare il rock per un decennio buono.

Per fortuna, per i Merak niente di tutto ciò. Il loro ultimo EP, OddRganic (un brillante gioco di parole tra “odd”, strano, e “organic”, organico), è un lavoro che sfugge a qualsiasi catalogazione rigida. Si presentano come alternative rock, ma sento una psichedelia debordante, che strizza l’occhio al progressive rock dei migliori anni a cavallo tra i ’70 e gli ’80. Penso a band come i Pink Floyd di Meddle o i Genesis pre-pop, con quel senso di viaggio ipnotico e stratificato. La voce non primeggia né resta in disparte: serve a raccontare storie, a guidare l’ascoltatore in un tunnel emotivo. La sezione ritmica è granitica, minimale e iper-funzionale: niente di superfluo.

Al centro c’è il pezzo nella sua interezza, che deve trasmettere qualcosa di profondo: un turbinio di emozioni che ti ipnotizza, ti strappa dalla tua comfort zone senza farti paura. E qui parlo da fan del metal anni ’80: io, cresciuto con riff quadrati, strutture ferree e assoli taglienti alla Iron Maiden o Judas Priest, sono uscito dal mio guscio. Sono entrato in questo tunnel di viaggio psichedelico e ne sono uscito trasformato.

L’opening track si sviluppa per 6 minuti e 12 secondi. Non è immediata: al primo ascolto, non identifichi esattamente cosa ti stia arrivando, ma arriva. È come osservare un quadro astratto, magari un Pollock o un Rothko, dove non c’è una figura riconoscibile, ma i colori ti travolgono, le forme ti avvolgono, i giochi di contrasto ti catturano l’anima. Qui i Merak usano strati di chitarre riverberate ed effettate, un basso pulsante che simula un battito cardiaco irregolare e una batteria che emerge come un’onda che cresce e sale regolarmente.

La voce fluttua eterea, sussurrando testi che evocano rimpianti e visioni oniriche. È psichedelia pura, con echi di primi Ozric Tentacles o Hawkwind, ma più intima, più genovese nel suo spleen mediterraneo. L’aria salmastra che permea i vicoli stretti e il rombo del mare cupo sembrano filtrare in queste note: un sogno perduto che potrebbe essere quello di un porto nebbioso, di amori svaniti tra i caruggi.

Il viaggio non si ferma. La seconda traccia assume una forma diversa, quasi una reincarnazione dei migliori Soundgarden. Mi ha catapultato indietro nel tempo: immaginate di salire sulla vostra Opel Kadett anni ’80, motore seduto a 2000 giri in quarta (perché di più non si poteva) sulla SS113 settentrionale sicula, vento in faccia, senza meta. Sereni, tranquilli, persi nel paesaggio aspro. Colonna sonora perfetta in “In the Last Hour”, e il titolo non è uno scherzo. Evoca l’ultima ora di vita: cosa frulla nel cervello quando compie le sue ultime azioni, prima della chiusura del sipario? I Merak riescono a descriverlo alla grande, incarnando quel momento con dinamiche perfette e con la giusta narrazione.

La costruzione è un saliscendi, un’onda sinusoide: parte quieta, con arpeggi acustici e synth atmosferici, poi esplode in crescendo elettrici che non urlano ma trasportano. Niente assoli virtuosistici fine a se stessi; tutto è a servizio per il pezzo. Rispetto a Soundgarden o Audioslave, qui c’è meno aggressività grunge e più introspezione prog, con un basso che guida come in una versione minimale degli Yes. Si viaggia, e lo si fa volentieri, guidati da una pace surreale.

Poi, improvviso, è febbraio. “February”, la terza traccia, porta un freddo acido, penetrante, pungente. Tratti psichedelici puri, ma disturbanti: quelle sonorità apparentemente pacate, quiete, rilassate, nascondono un sottotesto psicotico. È febbraio, dopotutto: un mese né carne né pesce, che vorrebbe essere primavera ma è ancora intriso d’inverno. Ci si aggrappa alla speranza del disgelo, accompagnati da un incedere ritmico cadenzato: potete figurarvi come un viandante che marcia perenne verso la fine del gelo.

Chitarre acide alla King Crimson, con delay e fuzz che graffiano l’aria, batteria che simula passi sulla neve croccante, e una voce che colora con grazia e compostezza il quadro. È il brano forse più “metal” nell’animo, per quel senso di tensione repressa, riportandomi alla mente i momenti più oscuri dei Tool, senza perdere però di vista un sapore italiano, ligure, fatto di inverni umidi e attese frustranti.

Chiude “Wordless”, un tripudio che mescola sonorità alla PFM con gli spazi infiniti di Pink Floyd e qualche goccia di Emerson, Lake & Palmer. Rimaniamo senza parole, proprio come suggerisce il titolo: un finale che ti lascia sospeso, con trame psichedeliche che si intrecciano in un tessuto organico e per certi versi celestiale. Synth cosmici, chitarre che fluttuano come uccelli migratori, ritmi che mutano fluidi. È qui che OddRganic rivela la sua grandezza: non è un EP qualunque, ma un episodio corto e intenso, un presagio di discorsi futuri più ampi che andranno sviluppati.

In un panorama rock italiano spesso invaso da mode indie o revival sterili, i Merak spiccano per onestà brutale. Niente artifici digitali, produzioni laccate o autotune: tutto suona oddrganico, registrato con realismo e senza editing per valorizzare la resa della band. Immaginate questo percorso portato dal vivo in un locale genovese come l’Angelo Azzurro: mi aspetto certamente che la sezione ritmica granitica ti inchiodi sotto il palco, la psichedelia ti avvolga e la voce ti porti via letteralmente la mente. È musica pensata per il palco, dove il “pezzo nella sua interezza” esplode in una melangerie di energia condivisa.

Dal mio punto di vista metalhead, OddRganic è un ponte: dimostra che si può evolvere senza tradire le radici. Psichedelia e prog non sono reliquie museali, ma strumenti vivi per esplorare emozioni complesse. In un 2026 di streaming algoritmici, questo EP è un antidoto: ti forza ad ascoltare, a viaggiare. Merak, continuate così: Genova (ma tutto il territorio italiano) ha bisogno di visioni come la vostra.

Voto: 9/10