Le etichette di genere sono sovente un qualcosa che porta l’ascoltatore a chiudersi in una camera d’eco che, volenti o nolenti, condiziona l’ascolto di un album precludendone determinate chiavi di lettura. Non è questo il caso però per gli Hateseed, band spezzina che ci porta all’attenzione questo “Rising Through Decay”, un album vario sia per influenze che per prestazione compositiva ed esecutiva.

Formatisi nel 2023, questi ragazzi dimostrano fin da subito una maturità che va oltre la data di nascita ufficiale del gruppo, quasi come se i loro strumenti fossero stati creati in anni di jam session sotterranee nei garage liguri, tra il salmastro del mare e l’umidità delle colline appenniniche. La scena metal della Liguria, spesso sottovalutata rispetto ai poli più blasonati come Milano o Roma, ha sempre prodotto talenti autentici e gli Hateseed si inseriscono perfettamente in questo filone, portando avanti una tradizione di sludge e groove che richiama le radici più viscose del genere.


La band, seppur nata solo nel 2023, dimostra di non essere di primo pelo in termini di esperienza strumentale. Li abbiamo incontrati dal vivo qui e l’ascolto del disco in studio conferma essenzialmente quanto osservato dal vivo: songwriting ispirato, certamente fedele alla scuola sludge, groove metal intrisa di thrash vecchia scuola, ma mescolato in modo fresco e geniale. L’esperienza maturata nei progetti Slaughter In The Vatican e Graveyhard hanno contribuito a rendere Edoardo, Ivan, Andrea e Gabriele un quartetto che appare collaudato fin dalle prime note sia dal vivo che in questa prova in studio.

Una produzione non eccessivamente patinata ci porta ad apprezzare il lavoro anche, e soprattutto, per la sua genuinità, anche se qualche piccola accortezza in più nel bilanciamento della spazialità e di alcuni piccoli dettagli nel mixato avrebbero dato quel quid in più: nulla di grave, ovviamente. Questa genuinità si riversa anche nell’artwork, minimale ma curato e sulfureo al punto giusto. Nella consuetudine di band che nascono “con lo stampino”, l’originalità e la genuinità sono da ritenersi dei valori aggiunti.

Midtempo e slow beats funerei si alternano a skank beats furiosi e a momenti di melodia che mi riportano alla mente i migliori Spiritual Beggars e Betrayers (per un corrispettivo italico di qualità), mentre la voce è impegnata a ricordarvi il peso di ogni singola cicatrice che vi portate dentro, inevitabilmente. La melodia che poco fa menzionavo si riflette negli episodi più “romantici” come “My Living Nightmare”, mentre Lemmy applaude dal cielo mentre parte “AYCH”. Echi di grindcore britannico invece in “Surrender And Kneel” e death metal della Florida in “Suffer”, mentre Kirk Windstein sorriderà compiaciuto a sentire “Won’t Be Wrong”.

Chiude in modo prezioso l’album la versione acustica di “Pain Addiction”, la controparte buona della versione ben più fangosa che troviamo sempre nell’album. Questa bonus track è un colpo di genio: spogliata di tutta l’elettronica e della distorsione rivela la sensibilità del songwriting degli Hateseed. Una chitarra acustica colorata con un chorus, una voce che siede dietro senza primeggiare. È come se la band dicesse: “Ecco il nostro cuore, senza armature”. In un disco sludge, dove la fanghiglia è la norma, questa chiusura pulita è un jolly che paga, lasciando l’ascoltatore con un senso di catarsi.

Gli Hateseed non hanno la presunzione di inventare nulla di nuovo, ma mescolano bene le loro influenze e ci regalano un album convincente e davvero interessante. In un panorama metal saturo di cloni questi ragazzi da Spezia rappresentano una ventata di autenticità ligure: grezzi, onesti, potenti. Hanno il potenziale per crescere, per conquistare palchi più grandi oltre l’Excalibur Pub, e questo full length è la prova che il talento non ha bisogno di etichette preconfezionate. Bravi!

Voto: 8/10