Mark Cameron è una vecchia conoscenza per chi abitualmente ascolta blues.

In pista addirittura dagli anni ‘70 con vari progetti, il cantante, compositore e chitarrista del Minnesota è da anni concentrato sulla sua carriera solista che lo ha portato a questo nuovissimo album intitolato “Blues Factory”.

Sono della partita Bill Keys all’armonica e ai cori, Dan Schroeder e Greg Shutte alla batteria e la moglie Sheri al sassofono, flauto e percussioni.

Ma la line up non si ferma qui, con Cameron aiutato da Nick Salisbury, Steve Hansen e Josh Granowski al basso, la sezione fiati composta da Shane Cox alla tromba e trombone e Zack Miller al sax e Tommy Barbarella che si occupa dei tasti d’avorio.

Registrato ai Bathtub Shrine Studios di Minneapolis, “Blues Factory” è il classico album di blues tradizionale, ispirato alla scena metropolitana e ottimo esempio di come il genere, pur rimanendo ancorato ai suoi modelli, riesca sempre ad uscire dal già sentito, grazie alle sue molteplici ramificazioni, che sia rock’n’roll, rhythm & blues, soul o come per questo lavoro un buon mix di questi sottogeneri, assemblati per far muovere natiche in balere fumose, nel cuore di città dove il caldo brucia asfalto e cemento e il blues è medicina per cuori e anime.

Il sound di brani come “The Wrong Thing”, “Too Hot To Boogie”, la title track, “Can’t Stand Still” o “Ain’t No Way”, lasciano che fiati, cori e chitarre che perdono sangue da vecchie ferite mai guarite ci prendano per mano e ci facciano entrare nella fabbrica del blues gestita da Mark Cameron.

Un buon ritorno, magari destinato ai fans più attenti del blues tradizionale, ma chissà che non possa trovare riscontri anche nei classic rocker che approdano su queste pagine.