Un richiamo irresistibile
Nonostante avessi già avuto il privilegio di vedere i Necrodeath dal vivo a Savona da pochissimo (qui il nostro live report), non potevo mancare all’ultimo loro concerto. Avevo la sensazione che sarebbe stata una serata diversa, epocale, pensata per regalarci un’ultima grande emozione. E così è stato davvero. Già nel primo pomeriggio del 27 dicembre mi ritrovo davanti allo Slaughter Club di Paderno Dugnano assieme a un gruppo di nuovi amici metallari conosciuti davanti al cancello dopo aver posteggiato: si ride, si scherza sul freddo pungente e si discute delle leggende del metal e di quanto sarebbe stato ristoratore un bel piatto di brodo in quei frangenti. L’attesa scorre tra aneddoti e risate, mentre alle 19 in punto i cancelli si aprono.
L’atmosfera prima del concerto
Entrare nel locale per la prima volta è per me un’emozione inaspettata. L’accoglienza è calorosa: ci si sente come a casa grazie al personale dello Slaughter Club, sempre sorridente e disponibile. L’aria è familiare e chi gestisce il club non è quel gestore impassibile ma partecipa attivamente ai momenti di scambio con il pubblico. Il locale si riempie in fretta, senza il consueto accesso in differita in cui vengono penalizzati gli opening act: fin dall’inizio vediamo un nugolo di appassionati radunati sotto palco. È chiaro che quella serata è molto più di un semplice concerto: è l’ultima notte di una band che ci ha regalato quarant’anni di musica.
Gli Abbinormal aprono le danze
Sul palco salgono prima di tutti gli Abbinormal, una band italiana conscia della responsabilità enorme di aprire un evento di tale portata. Il loro sound attinge alle radici più violente del metal estremo: a prima vista potrebbe sembrare solo gore-metal, ma in realtà le sfumature stilistiche sono molto più ampie. Ci sono influenze death metal ben radicate e un songwriting sorprendentemente ispirato. I ragazzi giocano con il pubblico in un modo spavaldo, con sguardi complici e sottili doppi sensi che strappano sorrisi sarcastici. La sezione ritmica è fenomenale: blast beat martellanti e intrecci di batteria funambolici ci lasciano a bocca aperta. Il tempo scorre via veloce e l’energia travolgente sul palco rende onore alla loro scaletta. Alla fine dell’esibizione, applaudiamo convinti che anche gli Abbinormal si siano guadagnati appieno il nostro rispetto e quello di tutti i presenti.








Talk show con Nyva Zarbano
Dopo il rapido cambio palco, finalmente inizia il momento più intimo della serata: i Necrodeath salgono per un talk show condotto da Nyva Zarbano. Non è la solita intervista, ma un vero e proprio racconto di vita. La band, affiancata dai membri storici Claudio Bonavita e John, copre tutta la propria storia: gli inizi negli anni ’80, il primo scioglimento, la reunion e la carriera rinnovata fino a oggi. Il tono è riflessivo ma sincero: sentiamo parlare della necessità di credere sempre nei propri sogni, sia quando sei sotto il palco sia quando sei sopra. Sottolineano l’importanza di sostenere l’underground metal e di restare musicisti agili quando si calcano le scene.
È un momento quasi sacro: i fotografi smettono di scattare e tutti ascoltano in silenzio. Le parole dei Necrodeath vanno al di là del concerto; c’è la consapevolezza che stiamo scrivendo insieme una pagina di storia. Soprattutto risuona un monito chiaro: quella sera i Necrodeath avrebbero chiuso la loro carriera, ma la musica – e lo spirito del metal – rimarrà per sempre. L’emozione serpeggia inevitabile tra noi fan. Anche loro sembrano percepire il peso del momento, trasmettendo al pubblico un mix di malinconia e gratitudine.








Ospiti speciali: Bulldozer e Tony Dolan
Appena il palco viene ripulito, scatta la sorpresa più elettrizzante della serata. Come un’onda imprevista, salgono i Bulldozer: Andy Panigada, Manu alla batteria e una sorpresona da parte di AC Wild. L’apparizione è da brividi. Partono con “Whiskey Time” portando il pubblico ad esplodere in un boato. Prima del pezzo, abbiamo anche il celebre intro di “Ouverture: Neurodeliri” in sottofondo che dà la carica.
Ma la vera apocalisse arriva subito dopo: compare Tony Dolan, “Demolition Man” dei Venom Inc., al basso e voce. Ora sul palco c’è un unico, formidabile minestrone metal al profumo di zolfo: i Bulldozer e Dolan si lanciano in una scaletta funambolica e violentissima di classici dei Venom. Riff brucianti come artigli di un demone, incredibile perizia e freschezza d’esecuzione travolgono tutti. La chitarra di Panigada è tagliente come non mai, il drumming di Manu e l’ugola rauca di Dolan riprendono lo spirito primordiale degli anni ’80, a tal punto che mi pare quasi mi stiano ricrescendo i capelli. Dolan, poi, si conferma un animale da palco: feroce in scena, ma genuinamente alla mano nel backstage. Il pubblico salta e urla senza sosta, trascinato da quella carica di metallo martellante che fa letteralmente esplodere il locale. L’atmosfera diventa quasi liturgica: è come vivere l’apoteosi del metal italiano e inglese insieme e siamo tutti felici. Tanto felici.








Necrodeath in concerto
Dopo questo intermezzo epico, è finalmente giunto il momento che tutti aspettavamo: il concerto finale dei Necrodeath. L’emozione è palpabile mentre un countdown anticipa le prime note di “Hate and Scorn” (da Mater of all Evil) rompono il silenzio della sala. Pier si presenta con una cattiveria fin da subito estrema, come se avesse in corpo tutti una scarica di adrenalina inespressa. Il pubblico esplode: moshing e headbanging coprono l’aria. Nonostante il peso del finale imminente, la band suona spietata e precisa, con un’energia che va al di là delle parole.
La scaletta è un crescendo di furia e affetto. Dopo “Hate and Scorn” arriva la tirata “Forever Slaves”, seguita dall’assalto di “Necrosadist”, grandi classici che incrociano vecchi e nuovi fan sotto il palco. Ad un certo punto, ecco la chicca scenica: salgono i due performer “Sado Splatter” trasformando il palco in uno spettacolo di horror teatrale. In una esibizione grottesca e creativa i due si cimentano in una performance macabra studiata nei minimi dettagli, fra torture a suon di sangue (con tanto di invito di Flegias a uscire a fumare se si avesse avuto paura del sangue vero) e note di iconoclastissimo black thrash di classe. È un momento di pura teatralità che inchioda tutti al palco.
Poi riprende la furia musicale: fra un pezzo e l’altro, la band salta fra cover storiche e brani di varie ere, con di nuovo Tony Dolan che si unisce alla compagine genovese. Il finale è da brividi. Gli ultimi tre attacchi sono riservati a “Storytellers of Lies” (monito contro i burattinai del business musicale), che risuona come una dichiarazione di guerra alle ingiustizie, prima di chiudere con “Mater Tenebrarum”. Sulle note feroci di quest’ultimo brano, la band scatena un boato finale. Gli occhi di tutti sono lucidi, il palco è illuminato da mille flash, mentre un filmato ricolmo di testimonianze di artisti di tutto il globo ci ricorda chi sono i Necrodeath. Un grande abbraccio collettivo unisce i presenti, unendo in un unico gesto di saluto musicisti e fan.
















Conclusioni: fine e rinascita
Mentre le luci si spengono sullo Slaughter Club, c’è un vuoto inevitabile nell’aria. Sento un nodo in gola, ma anche la consapevolezza di aver assistito a qualcosa di straordinario: la celebrazione di una band leggendaria che ha scolpito pagine di storia del metal italiano e internazionale. C’è tristezza per la fine di un’era, ma anche un profondo senso di gratitudine. I Necrodeath ci hanno lasciato con un messaggio chiaro: ora tocca a noi, alle nuove band e alle nuove generazioni, continuare a credere nei nostri sogni e a suonare con passione autentica. Con questo lascito nel cuore usciremo con a testa alta, certi che la loro eredità continuerà a pulsare. Quella sera abbiamo festeggiato una fine, ma al tempo stesso una rinascita: il testimone è passato, come le note che continuano a riecheggiare nella memoria di chi c’era.
