Se nell’underground metal si dicesse davvero quello che si pensa

La favola smette di stare in piedi. Succede soprattutto nei contesti più piccoli, quelli dove tutti si conoscono e nessuno dice mai fino in fondo quello che pensa. Non è una novità. È una succulenta minestra fatta di frasi dette a mezza voce, sempre le stesse.

Non tutti dovrebbero stare su quel palco.” “Quella band è arrivata lì perché conosce le persone giuste.” “Supportiamo la scena finché non diventa una rottura di coglioni.” “Il metal underground italiano è una copia sbiadita di qualcosa che esiste già.”

Sono cose che tutti sanno, ma nessuno le dice apertamente. E mentre alcune sono figlie della più becera invidia, altre sono in realtà uno specchio del timore di esprimersi in modo chiaro e onesto.

Se musicisti, pubblico e addetti ai lavori dell’underground metal italiano, ma anche spagnolo, francese o britannico, iniziassero a dirle senza filtri, non succederebbe nessuna apocalisse, pur utilizzando i giusti modi. Non crollerebbe nulla. Semplicemente, la scena apparirebbe per quello che è davvero. Un sistema che funziona, ma solo perché si regge su una quantità enorme di non detti.

Non tutti meritano un palco

Questo è il punto che mette più a disagio, perché non riguarda gusti o ideologie. Riguarda il merito. Se la scena fosse onesta, la prima cosa che verrebbe detta da promoter, organizzatori e musicisti con un minimo di esperienza sarebbe molto semplice: non tutti quelli che vogliono suonare metal meritano di farlo davanti a un pubblico.

Se non hai avuto almeno un amplificatore Stinger non puoi dire di essere underground.
Se non hai avuto almeno un amplificatore Stinger non puoi dire di essere underground.

Non è cattiveria. È realtà. E il pay to play, sovente, va ad alimentare questo meccanismo perverso di autoconvincimento che fa male a tutto tondo.

In Spagna ci sono centinaia di band metal attive. In Finlandia il numero di band metal per abitante è il più alto al mondo. Il problema non è la mancanza di passione, bensì che moltissime di queste band suonano allo stesso livello, con le stesse idee, lo stesso approccio, la stessa estetica. Il sistema non può tenerle in piedi tutte, nè economicamente e nemmeno artisticamente.

La favola della meritocrazia pura, quella del “se sei bravo prima o poi qualcuno ti nota”, nella scena underground italiana non funziona. Chi vive ambienti come quello genovese lo sa benissimo. Se non sei noto, devi essere molto più che bravo. Devi essere eccezionale. E anche in quel caso rischi di passare per quello che se la tira o che “non supporta la scena” se non vai a ogni concerto, quasi fosse un dovere civico.

C’è una verità che nessuno ama dire: una certa parte dei musicisti underground non ha un problema di visibilità. Ha un problema di contenuto. Non ha una visione chiara al 100%, non ha il massimo del carisma (quello che serve per spettinare il pubblico), non ha quel quid. Ha uno strumento e tanta voglia di suonare, che va benissimo, ma non è automaticamente un motivo per salire su un palco o, perlomeno, farlo con determinate aspettative.

Se questa cosa fosse detta apertamente molte band non nascerebbero nemmeno. Non per il conseguente scoraggiamento, ma per lucidità. Capirebbero che suonare davanti a trenta o quaranta persone in uno scantinato, spendendo soldi che non rientreranno mai, non è eroismo. È una scelta personale, legittima, ma va chiamata con il suo nome.

Una tipica cantina underground. Si noti la muffa che amplifica il concetto oltre che l'odore di Camembert.
Una tipica cantina underground. Si noti la muffa che amplifica i reumatismi oltre che l’odore di Camembert.

Il pubblico e la retorica del “supportare la scena”

Pubblico e musicisti si accusano a vicenda, e nessuno ha completamente torto.

Quante volte si sente dire: “Il problema è che nessuno supporta la scena, ai concerti non c’è mai nessuno”. Poi vai a vedere chi lo dice e scopri che ha saltato metà dei concerti locali del mese. E non per cattiveria. Perché la band non era di suo interesse o il posto era scomodo o perché il giorno dopo si lavora ed è irrealistico piazzare un live di domenica alle 22.00 come inizio.

La scena metal italiana funziona spesso così: io parlo di supporto e mi aspetto che tu venga ai miei concerti. Ma se vengo ai tuoi lo decido io, in base a quanto mi va.

Se tutti fossero sinceri, il dialogo sarebbe molto più diretto. “Non vengo al tuo concerto perché suoni in un posto di merda, fai death metal identico a cento altre band e non vale il tempo che dovrei investirci.” E dall’altra parte la risposta auspicabile potrebbe essere: “Lo so. Suono perché mi piace, non perché penso di essere speciale.”

Questa onestà farebbe saltare il meccanismo del senso di colpa che tiene in piedi molta parte dell’underground. Senza quel ricatto emotivo, ci troveremmo di fronte ad una realtà semplice: il pubblico è poco, il tempo è poco, i soldi sono pochi. Le persone scelgono dove andare. Ed è normale. Se poi ci aggiungi il malcostume degli organizzatori di farsi le scarpe vicendevolmente organizzando serate concomitanti nella stessa città, la ricetta è servita sul piatto d’argento.

Musicisti, copie consapevoli e autoinganno

Molti musicisti underground sanno benissimo di suonare musica già sentita. Non in senso astratto, ma concreto. Sanno che quello che fanno non aggiunge nulla. Che stanno riproducendo uno stile codificato, spesso senza raggiungerne nemmeno il livello.

Questa consapevolezza viene spesso coperta da una fratellanza di facciata. Tutti amici, tutti fratelli, finché fai presenza costante. Appena smetti, diventi quello che non supporta.

Un musicista davvero onesto direbbe una cosa molto semplice: “Suono questo genere perché mi piace. Non perché abbia qualcosa di nuovo da dire. So che altri l’hanno fatto meglio. Non sto cercando di rivoluzionare niente.”

Ma dirlo apertamente significherebbe uscire dal gioco sociale della scena. Così si preferisce fingere. Alcuni ci credono davvero. Altri no, ma stanno al gioco.

C’è anche un aspetto economico che viene sistematicamente ignorato. Un tour costa migliaia di euro e, nella migliore delle ipotesi, ci si rientra a malapena. Dividere l’indotto tra più persone significa guadagni ridicoli a fronte di giorni di fatica. Per questo molte band rimangono attive solo localmente. Non per scelta artistica, ma perché i numeri non permettono altro e perché fattivamente la domanda non è sufficiente.

Promoter, etichette e il nepotismo che tutti conoscono

Nel nord Italia e in molte parti d’Europa esiste una dinamica chiara, che quasi nessuno ammette apertamente ma che tutti conoscono. Se non fai parte di una rete di relazioni consolidate, l’accesso al circuito è molto più difficile.

Un promoter onesto direbbe: “Non scelgo le band migliori. Scelgo quelle che portano gente, quelle che conosco, quelle che hanno un giro.”

Non è una cospirazione. È il modo in cui funziona un sistema piccolo e fragile.

In Italia, molte etichette indipendenti usano l’etichetta “indie” come alibi per non investire davvero in promozione. Se una band non funziona, la colpa è del pubblico. È una posizione che definirei comfort zone, ma tutto fuorché onesta.

Altrove, soprattutto nei paesi scandinavi, il metal è stato riconosciuto come parte del panorama culturale. Questo ha creato infrastrutture, spazi, possibilità di rischio. Non perché siano più puri, ma perché il sistema è costruito meglio.

Se si dicesse la verità

Se nell’underground metal italiano tutti dicessero davvero quello che pensano, la scena non sparirebbe. Si ridimensionerebbe. E staremmo tutti meglio.

Resterebbero musicisti che suonano perché ne sentono davvero il bisogno. Pubblico che va ai concerti perché gli interessa esserci, non per dovere morale. Addetti ai lavori che potrebbero, a tal punto, essere più limpidi su come funzionano le cose.

Non è moralismo. È chiarezza.

La scena underground funziona quando è onesta con sé stessa. Funziona male quando si regge su miti, retorica e non detti. Non perché le persone siano peggiori, ma perché il sistema è costruito male.

Finché questo non verrà ammesso, resterà quello che è ora: una comunità viva, appassionata, ma incapace di dirsi la verità fino in fondo.