Ho seguito gli statunitensi AFI ad inizio carriera, una trentina di anni fa e fino al primo decennio dei duemila, quel punk imparentato con qualcosa di alternativo, che suonava bello, ma non proprio punk mi aveva affascinato. Poi, come mi succede non di rado, mi perdo i passaggi successi, quando leggo un po’ tutte le recensioni che parlano di “bel disco, ma…”, ascolto un paio di singoli, mi faccio un’idea e, come si dice, “ringrazio il dottore, ma vado avanti”. Non è colpa di nessuno, troppi dischi, troppe uscite, troppo di tutto e così io preferisco seguire le band a cui sono particolarmente affezionato e cose nuove. Per questo dodicesimo lavoro ho letto commenti lusinghieri che parlavano di svolta verso sonorità gotiche e così gli ho concesso un paio di ascolti. Scelta azzeccata visto che ho trovato la chiave di volta del nuovo spirito di questo quartetto di Ukiah in California. Va detto che la band del cantante Davey Havok e del batterista Adam Carson, unici componenti sempre presenti, non è nuova a metamorfosi e contaminazioni, anche con il goth rock, ma questa volta è andata giù con la mano pesante ed infatti “The Bird of Prey”, e il singolo apripista “Behind The Clock”, il synth dark pop di “Holy Visions” promosso con un videoclip spettacolare, “Blasphemy & Excess” e “A World Unmade” troveranno consensi tra i fan di The Cure, Sisters Of Mercy e The Mission, anche se il tocco melodico americano con sprazzi di post punk è sempre presente. Dieci pezzi per poco più di mezz’ora di rock emotivo, che guarda dentro le emozioni e nell’oscurità di questi tempi. Dal vivo immagino che renderanno molto bene.
