Gli incipt che potrebbero sorreggere una disanima, più o meno approfondita, di “Nebraska” potrebbero essere molteplici e diramarsi tra mille rivoli, quasi a costruire un castello di premesse irrinunciabili.
Quel che scelgo , per ricordare ad ogni 30 settembre l’uscita dell’album , è introdurre tale pietra miliare affermando che si tratta di uno dei momenti più arcani ed indecifrabili nella storia del rock.
In altre parole un disco ammantato di leggenda, una deflagrazione al momento dell’uscita ma poi divenuta un’opera a rilascio graduale , per un artista major che , in questo determinato frangente, non avrebbe guardato in faccia a nessuno, nè all’etichetta discografica né al proprio pubblico.
“Nebraska” nacque in circostanze particolarissime , gradito da artisti e pubblico anche molto diversi tra loro, che hanno continuato a scoprirne il senso decennio dopo decennio, tanto da essere definito l’album amato (anche) da chi non apprezza affatto Springsteen.

Fino alla pubblicazione della sua autobiografia, datata 2016, l’indagare sulla sua origine e sul suo impianto di significati era “confinato” ad una analisi e ricostruzione dell’ambito socio politico statunitense dei primi anni ottanta del novecento.
In raccordo a tale inquadramento “storico” era (ed è) d’obbligo la narrazione delle circostanze in cui avvenne la registrazione delle tracce ed un riferimento al contesto di “Nebraska” all’interno della sua discografia.
La particolarissima forma con cui fu pubblicato “Nebraska” potrà infatti risultare un caso fortuito e probabilmente la sua genesi ne conferma tale condizione, ma le tematiche e l’ambiente in cui nacque dimostrò che proprio quella sarebbe stata la vera ed unica forma che avrebbe sublimato l’arte e le volontà in essa contenute.
Springsteen reduce dal consolidamento del suo successo grazie all’enciclopedico doppio “The River” del 1980, nell’autunno del 1981 è considerato non più la nuova promessa del rock ma un autentico nuovo dio in grado di sorreggere il rock e traghettarlo fuori dalla crisi , prima che qualche probabile futura tempesta tenterà di spazzarlo via.
Bruce era ormai pronto, almeno così pensava il suo pubblico e la sua etichetta discografica, per diventare da grande artista rock a grande artista della musica tout court, ovvero, in maniera meno prosaica, una “nuova gallina dalle uova d’oro”.
La previsione si sarebbe rivelata corretta solo di un paio d’anni (“Born in the Usa” 1984) ma “Nebraska” rappresentò un autentico shock per tutti.
Nebraska non contiene alcuna hit ed arriva in n momento in cui le aspettative nei suoi confronti sono ENORMI.
L’intenzione iniziale è quella di affrontare lo studio di registrazione in maniera diversa rispetto al passato ; Bruce cerca una modalità per poter registrare in autonomia e con pochi mezzi le sue nuove canzoni, con la volontà di presentarle successivamente alla band per “elettrificarle” , ovvero registrarle in modalità “full band”.
All’uopo il tecnico del suono lo equipaggia con un registratore a quattro piste della Teac , abbinato ad un Echopelx per l’eco di chitarra, soluzione ai tempi all’avanguardia per giovani apprendisti che avessero voluto registrare le proprie composizioni, ma certamente non un surrogato per uno studio di registrazione professionale.
In seguito furono vani e ripetuti i tentativi di adattare le nuove canzoni ad un suono rock corposo con il supporto dell’intera band, tant’è che si rimase a lungo indecisi addirittura se utilizzare o meno tale materiale (giova ricordare che le session di composizione/registrazione di Nebraska contenevano addirittura brani pensati per “Born in the Usa”).
Certa è l’esistenza di un “Nebraska elettrico” , ma ogni versione provata e registrata con la band , come ebbe modo di dichiarare Springsteen , “rovinava tutto”.
Una volta compreso che l’unica forma adatta per il mood di tale composizioni doveva essere la sua forma e formula originaria, iniziano le lavorazioni per rendere pubblicabile il materiale registrato con il Teac, decidendo quali delle diverse composizioni debbano finire nell’effettiva track list finale di “Nebraska”.
Sembra incredibile, ieri come oggi, che la fonte da cui venne stampato “Nebraska” rimase la cassetta registrata dallo stesso Springsteen, ideata ab origine come mera bozza iniziale di lavorazione da portare in studio alla band.
La qualità dell’audio era talmente sotto gli standard che per un momento si pensò di pubblicare Nebraska solo su cassetta.
Avvenuto il miracolo di sistemazione della qualità audio, “Nebraska” vide la luce il 30 settembre 1982 .
Fin dalla copertina si intuisce la peculiarità del disco, ove ,dall’interno del parabrezza d un’auto, viene raffigurata una “route” tipicamente americana , caratterizzata dall’usale ampio paesaggio ma immerso in atmosfera e colori a dir poco spettrali e disadorni.
Non è assolutamente una versione, come si sarebbe detto anni ed anni dopo, “unplugged” di Springsteen; non è (solo) folk, non è country, non è blues; non è neppure “lo fi” (nella stretta accezione che sarà successivamente coniata dal circuito “indie”) .
E’ tutto questo ma nemmeno e solo una addizione di tali componenti ; riesce pure ad essere “punk” nella sua istanza di risposta a ciò che gli altri si aspettavano fosse e mai fu e sarà .
Si segnala che in “Open all nigt” riesce a dare una dimensione aliena ed inedita al rock ‘n’ roll, così come in “State Trooper” riesce a tradire fascinazioni post punk di alieni ed alienati come furono i “Suicide” (che, non casualmente , Springsteen omaggerà nel tour solo di “Devils And Dust” con la loro “Dream Baby Dream”).
Sarebbe altresì un errore inquadrarlo in una ipotetica trilogia “acustica” insieme a “The Ghost of Tom Joad” e “Devils and Dust” all’interno della sua discografia.
Nebraska è invece ed invero un capolavoro di 10 gemme, senza percussioni ed elettricità, dove è palpabile l’amarezza e lo sconforto di un uomo che narra il dramma di una nazione ma anche di sé stesso.
Viene delineato infatti un ritratto impietoso degli Stati Uniti, di un popolo senza speranza di redenzione, un atto di accusa e resistenza al nuovo edonismo Reganiano.
In premessa di recensione ho fatto , non a caso, riferimento all’autobiografia del 2016 , perché per comprendere questo album è fondamentale confermare ciò che fino ad allora era solo un forte sospetto.
Non si tratta, come detto , solo di una rappresentazione glaciale e disperata della realtà sociale dell’America tutta (in particolare della sua grande Provincia) ma di un grido di aiuto per portare alla luce un silenzioso tumulto psicologico, che pareva non avesse un nome e che invece Bruce dichiarerà apertamente nel 2016 esser stato uno dei suoi ricorrenti e profondi periodi di depressione.
Le tematiche del disco vanno quindi viste (o riviste) alla luce della personalità dell’autore, della rivisitazione psicologica della sua infanzia, come condizionante tutta la sua vita, anche in un momento di apparente felicità, garantito dal sempre più crescente successo commerciale e riconoscimento artistico; ad un suo primo ascolto l’amico e produttore John Landau no a caso si dichiarò seriamente preoccupato non per “l’artista” ma per Bruce “l’amico”, l’uomo, che in quel periodo si era completamente isolato da tutto e tutti.
Ecco pertanto, accanto a murder ballad, a brani dal sempre mirabile taglio cinematografico, ad atti di accusa contro la nuova realtà edonista come imbarbarimento del sogno americano , la presenza di composizioni intensamente autobiografiche come “My Father’s House “ o “Used Cars”, dove non si abbandona minimamente la desolazione e la disillusione propria di tutto il disco ma sono chiari i riferimenti al proprio io.
Un disco quindi che esprime forse anche la necessità di esorcizzare i propri demoni interiori , un inizio di percorso nell’ammissione a sé stesso di quanto possano incidere il proprio passato ed i propri problemi irrisolti nella personale condizione dell’autore stesso, in osmosi con tutte le atmosfere spettrali ed i racconti privi di speranza che si susseguono in tutti i dieci brani, da “Highway Patrol” di cui venne diffuso anche un desolante e significativo videoclip quasi completamente in bianco e nero, e compresa la conclusiva “Reason to believe”, il cui titolo potrebbe ingannare.
Fermi i rifermenti ad una pregante tradizione letteraria , da John Steinbeck a Flannery O’Connor , la dimensione spirituale, non solo sociologica ma anche personale, va pertanto presa in considerazione per tentare un approccio corretto e non monodimensionale a quest’album, che non ha mai smesso di affascinare moltitudini di ascoltatori , anche diversissimi per attitudine ed estrazione.
Un album che avrebbe potuto compromettere la sua carriera, un atto di coraggio verso sé stesso ed il mercato.
Un album pubblicato senza tagli o rimaneggiamenti anche grazie a ciò che Bruce stesso aveva fino ad allora costruito e grazie, siamo sinceri, anche ad una industria discografica disposta talvolta ad investire a lungo termine su un artista (secondo dei dimenticati concetti quali “album” e “carriera”).
Tale azzardo fu premiato divenendo un trionfo artistico e , contro ogni aspettativa, un buon riscontro di vendite ; già allora la sensazione che potesse diventare un classico nella sua eccentricità ne permise la fioritura , che permane ancora oggi.
Inutile rammentare che nel 1984 la discografia di Bruce portò a “Born in the Usa”e più nulla fu lo stesso ma, come si suole concludere molti racconti, “questa è un’altra storia”.
