The Hives “The Hives Forever Forever The Hives” (Play It Again Sam, 2025)

Il rock and roll non è solo questione di tecnica e di quanto bravo sei, serve anche una buona dose di faccia tosta che poi si tramuta in quella parolina tanto abusata, ma che è alla base di tutto, se volete essere dalla parte giusta: attitudine. In questo senso gli svedesi The Hives in trenta anni rappresentano un manifesto di come restare sempre dal lato chiaro della luna. quasi trenta anni. Tutto è iniziato con un demo, poi un ep di debutto e poi una costante scalata alla vetta, fatta di dichiarazioni arroganti, immagine giusta, presenza scenica imbattile sul palco, cazzate e volumi alti. Totalmente disinteressati a suonare pezzi che superino a 4 minuti, meglio se viaggiano sotto i tre, i cinque reucci, come da copertina, stabilmente guidati da quella faccia da sberle del cantante Howlin’ Pelle Almqvist, sciorina tredici manifesti di essenzialità, tra garage, punk e glam, ascoltatevi “Enugh Is Enough” e ci capiremo. La produzione di Pelle Gunnerfeldt e Mike D conferisce un suono ruvido, ma a tratti patinato, niente che comprometta il buon risultato finale, perché “Forever The Hives…” resta un lavoro caldo e sexy ma, a i The Hives che preferisco sono quelli in concerto. (Gianni Della Cioppa)

Pulp “More” (Rough Trade, 2025)

Tornano, rullo di tamburi, dopo quasi cinque lustri – è terribile ma sembra ieri – dal precedente “We Love Life” del 2001, i Pulp, ragazzi in giro dal 1978, ma che solo negli anni ’90 hanno conquistato pubblico e critica, finendo nel calderone britpop, anche se le loro radici affondano nel David Bowie pop, certa dance raffinata, gli Ultravox degli esordi e Roxy Music. Eleganti, raffinati, sorta di eredi dei The Kinks, per il loro Roxy Music, i Pulp non hanno mai cavalcato le mode e quando hanno capito che la cosa non funzionava più, si sono fatti da parte. Questa chiacchierata, ma in parte inattesa reunion è frutto di una ritrovata serenità e dell’idea che qualcosa di buono si possa fare ancora, anche se il panorama musicale sembra non aver bisogno più di nessuno, se non vecchi giganti da sfruttare con box e riedizioni. Cosa ci dicono questi undici nuovi pezzi? Che il cantante e tante cose suonate Jarvis Cocker è sempre un gran bel personaggio e che le storie, se nascono dalle emozioni, vale sempre la pena raccontarle. Se sapete cosa aspettarvi dai Pulp “More” vi farà scendere la lacrimuccia, se non li conoscete non è questo il posto giusto da cui partire. Volete un titolo? “Farmers Market”, è il pezzo che porta la storia dei Pulp sulle spalle e a seguire “Go To Have Love”.  (Gianni Della Cioppa)

Nova Twins “Parasites & Butterflies” (Marshall Records, 2025)

Sotto la guida del produttore Rich Costey (Foo Fighters, Muse, Deftones,) le Nova Twins continuano il loro viaggio verso il successo planetario che, fidatevi, non tarderà ad arrivare. Anche in questi dodici nuovi pezzi, Amy Love e Georgia South, cantano, suonano e portano la musica di oggi, mescolata da mille ingredienti, nelle playlist Spotify di milioni di adolescenti. Tutto bello? Forse no, la sensazione di miscellanea che possa gratificare tutti è più che un sospetto, ma oggi funziona così, solisti e gruppi che hanno un sound dove c’è il rock, anche pesante, con chitarre heavy e ritmiche moderne, il pop, ci trovi anche l’hip-pop e cascate di dancefloor, naturalmente con testi di consapevolezza sessuale, di ribellione e di ricerca dell’emotività.  Con un lavoro promozionale impeccabile, dall’immagine ai videoclip, ai concerti di supporto a nomi famosi, i/le Nova Twins non sbagliano un colpo, anche se i brani, come per molti nomi nuovi, puntano troppo sul suono e la produzione e meno sulla scrittura. Niente da dire, oggi e (temo anche domani) funziona così. Vi serve un esempio? Eccovi il videoclip di “Monsters”. (Gianni Della Cioppa)

Skunk Anansie “The Painful Truth” (FLG, 2025)

Per questa terza vita la band londinese accantona definitivamente chitarre e riff che hanno contraddistinto gli esordi rivoltosi e si affida all’elettronica, mantenendo il cordone ombelicale solo con la voce multiforme di Skin, che resta l’elemento trainante e distintivo. Undici brani che indicano la nuova strada degli Skunks, che difficilmente convincerà i fan storici e temo non ne porterà di nuovi. Gli artisti hanno il diritto di cambiare, ma affidarsi troppo alle parole, dimenticando che anche i brani hanno un peso specifico importante, è un rischio e tale rimane. L’album scorre e non delude, ma esibisce picchi emotivi sparsi, pigiati in una costruzione sonora a tratti sin troppo uniforme. Il crescendo di “Cheers”, pur se con una produzione diversa, ci riporta agli splendori del passato, poi l’inno a cercare sé stessi in “This Not Your Life”, poi “Shame” con Skin si confessa nell’indie pop di “Fell in Love With A Girl”. Possiamo analizzare e sviscerare quanto vogliamo, ma in fondo tutto sta in quel refrain urlato che apre l’album quando in “An Artist Is An Artist”, Skin rivendica l’indipendenza creativa. Gli Skunk Anansie in concerto sono ancora una forza della natura, ma “The Painful Truth” è un album che rispetto, ma che non metterò nella mia discografia. (Gianni Della Cioppa)