Ci sono locali che hanno legato la loro fortuna e il loro nome a certe scene musicali (pensiamo a quanto il Rainbow venga associato con l’hard rock) altri, come il Marquee, che potremmo definire buoni per tutte le stagioni. Capace, grazie a una serie di incroci e combinazioni, di restare sulla cresta per lungo tempo cambiando pelle e musica sul palco. E cambiando anche sede: a differenza di altre venues celebri che hanno legato la loro storia all’edificio che le ha ospitate, questo club ha conosciuto quattro o cinque indirizzi, quasi fosse davvero un tendone mobile. E non è detto che sia proprio finita. Il Marquee (che letteralmente sarebbe la tenda davanti all’ingresso dei locali) nasce nel 1958 come jazz club nel seminterrato dell’Academy cinema di Oxford street, nella zona di Soho.

Dopo qualche anno alle serate jazz se ne aggiungono un paio di rythm and blues. Cyril Davies e Manfred Mann diventano gli artisti più frequentemente su quel palco.

La serata che fa la storia

Poi quando a Londra scoppia nei club la mania del blues, il Marquee è già in prima fila: le sue serate con Alexis Korner e i Blues Incoroporated, che si lanciano regolarmente in lunghe jam invitando sul palco sempre musicisti diversi, sono nella leggenda, ma paradossalmente è proprio l’assenza di Korner e della sua band a regalare al Marquee la sua serata più nota e storica. Mentre la resident band è impegnata nel programma “Jazz Club” della Bbc, il manager Harold Pendleton offre una possibilità a un gruppo di ragazzi fissati con il blues, che si sono incontrati da poco e hanno provato di recente in un vicino pub di Soho. Il 12 luglio del 1962 Mick Jagger, Keith Richards e Brian Jones salgono per la prima volta su un palco insieme e quel palco è il Marquee. Non hanno ancora un nome, scelgono The Rollin’ Stones da una canzone del loro idolo Muddy Waters (la “g” la aggiungeranno solo due anni dopo). Non è nemmeno chiaro chi suonasse la batteria quella sera, c’erano invece Ian Stewart al piano e Dick Taylor al basso. Dopo quella esibizione, con sedici cover blues, il Marquee diventa casa per Jagger e compagni che ci tornano regolarmente per due anni. Entro la fine del 1962 la formazione è completa, con Bill Wyman che sostituisce Taylor e Charlie Watts che viene “scippato” da Jagger proprio alla band di Alexis Korner (con cui comunque gli Stones jammarono spesso e volentieri). 

Anche se la sede di Oxford Street ha deciamente fatto la storia, non ha vita lunga, perché con il boom del cinema l’Academy decide di installare un secondo schermo nel sotterraneo e sfratta il Marquee. Pendleton, trova un altro spazio al numero 90 di Wardour Street, non lontano, e dopo una serata conclusiva con Stan Getz, si trasferisce là riaprendo con Sonny Boy Williamson e gli Yardbirds in un venerdì 13 del 1964.

Un laboratorio di idee

Il Marquee non aveva la licenza per gli alcoolici (non l’avrà fino al 1970) e così a Pendleton venne l’idea di affittare anche un altro spazio solo dieci numeri civici più avanti, al 100, ‘La Chasse Club’ che divenne l’abbeveratoio dei frequentatori del club ma non solo: grazie alla presenza di tanti artisti e dei loro manager, fu anche un privilegiato punto di incontro per musicisti e discografici. Anche perché, mentre sul palco si moltiplicavano le esibizioni e la qualità saliva alle stelle con gli Who, i Rolling Stones, Led Zeppelin, Jimi Hendrix, Jethro Tull, Yes, Elton John, perfino i Pink Floyd, molti manifestavano l’esigenza di avere uno spazio dove registrare subito le idee che scaturivano dal palco.

Nel 1964 i Moody Blues incisero in uno studio improvvisato nel retro del locale il loro singolo di maggior successo, “Go Now”, il primo in assoluto (pare) accompagnato da un video, girato sempre al Marquee. Il disco salì al numero uno e gli introiti servirono in buona parte per dare vita ufficialmente ai Marquee studios. Con una combinazione così, palco, bar e studio, il Marquee visse una lunga stagione di incredibili risultati, tenendo praticamente a battesimo band come i Ten Years After, i Queen, i Faces, i Jethro Tull. Ma soprattutto Genesis e Van Der Graaf Generator, anche perché, altro caso vincente, la Charisma Records aprì i suoi uffici allo stesso civico, al piano superiore. Quindi ora praticamente in un solo edificio, avevano sede il Marquee club, i Marquee studios (utilizzati fra gli altri da Elton John, Groundhogs, Clash), La Chasse Club e Charisma Records. Il manager della label, Tony Stratton Smith, passava praticamente la totalità del suo tempo a fare affari a La Chasse e in seguito al bar interno del Marquee, tanto che anche quando cambiò sede agli uffici, cercò di non prenderli mai troppo lontani dal 90 di Wardour Street. E buttava su quel palco i suoi gruppi praticamente ogni settimana. Per primi i Lindisfarne, poi nel giugno del 1970 per la prima volta i Genesis e poi ancora tanti altri.

Un palco difficile

“Le performance – ricorda Ray Jackson dei Lindisfarne – erano mixate direttamente dai roadies davanti al palco. Lo stage era veramente piccolo e non c’erano casse monitor per le voci, quindi la musica su cui cantavi ti arrivava addosso rimbalzando direttamente dalla parete in fondo alla sala. Dopo un po’ le tue orecchie si adattavano a quella situazione e riuscivi ad andare in sincrono. Certo, più eri ubriaco, più la cosa riusciva bene. I camerini erano in realtà un corridoio sul retro. Quando aprirono il bar interno, si trovava a destra del palco, separato da un doppio vetro infrangibile che serviva a ridurre il volume del suono per chi stava al bancone. I giornalisti di fatto restavano a bere e molte recensioni di concerti e band erano scritte direttamente da lì, senza uscire sotto il palco, perdendo in effetti le sensazioni dell’auditorium. Il Marquee era molto essenziale, ma aveva un’atmosfera tutta sua”.

Tutti i grandi

Il Marquee non fu una delle sale preferite dal punk, ma ebbe comunque in cartellone diverse band poi diventate molto famose, tra cui i Jam.

Fu invece molto apprezzato all’inizio degli anni ’80 dalla New Wave of British Heavy Metal: I Def Leppard iniziarono da qui il loro tour di Pyromania; fra gli altri che suonarono qui Iron Maiden, Diamond Head. Per restare al metal, anche i nomi più grandi hanno presenziato al Marquee: i Metallica nel 1984, i Guns n’Roses nel 1987.

Anche il prog, come in parte abbiamo già visto, apprezzava molto il Marquee. I Marillion cominciarono a costruire la loro fan base, ancora senza contratto, proprio qui a Wardour Street. Anche Pallas, Pendragon e molti altri furono spesso in questa sala, fermo restando che più di tutti le devono la loro fortuna i già citati Van Der Graaf Generator e soprattutto i Genesis, che non a caso tornarono a suonare al Marquee nel 1982 durante l’Abacab tour, sotto il falso nome di Garden Wall (così come i Rolling Stones onorarono il Marquee tornandoci da star mondiali nel 1971 (nove anni dopo la loro prima volta) per girare uno special televisivo.

Cambi di location

Alla fine degli anni ’80 Harold Pendleton vendette la licenza del Marquee a Billy Gaff, il manager di Rod Stewart, che cedette la location di Wardour Street e riaprì il club in Charing Cross Road 105, ampliando la platea a oltre mille posti (tanto che la riapertura vide sul palco i Kiss in un warm up del Monsters Of Rock Festival). E’ in questa sede che i Dream Theater registrarono il loro celebre Live At The Marquee il 23 aprile 1993, anche se il record di presenze nel club lo totalizzò una serata di tributo ai Jam intitolata All Mod Cons. Anche questa location fu chiusa, nel 1996, per poi riaprire cinque anni dopo a Islington, quando Gaff vendette il marchio a Dave Stewart degli Eurythmics. Solo un paio di anni dopo i battenti si chiusero ancora, per difficoltà finanziarie. Poi ci provò un nuovo manager, Nathan Lowry, che ne fece una sala da concerti ma anche per mostre, rievocazioni ed eventi rock sotto la sede di Mtv a Leicester Square. Sembrava la volta buona: ci furono molti concerti e happening, almeno cinquecento band vecchie e nuove vennero rilanciate in questa sede, ma nel 2008 la storia finì di nuovo. E almeno per ora, è stata l’ultima volta e l’ultima vita del Marquee club.

Quanta musica

Come abbiamo visto, il Marquee fu molto più di una sala da concerti, fu un autentico laboratorio di idee e affari legati alla musica. Basta guardare quanta ne sia stata realmente prodotta e registrata qui: John Gee, il manager musicale della sala negli anni ’60, contribuì direttamente non solo al lancio delle band tramite il Melody Maker con cui collaborava, ma anche alla scrittura degli album, cosa che fece per il debut dei Ten Years After e anche per i Jethro Tull, che sul retro del singolo “A Song For Jeffrey” lo tributarono con uno strumentale intitolato “One For John Gee”.

Il Marquee fu la sede in cui vennero girati numerosi tv special e video musicali. Anche se magari non ci piace ammetterlo, lo abbiamo universalmente conosciuto tutti grazie agli Wham, che produssero qui il music video di “I’m Your Man” in cui la location e soprattutto il logo (così genialmente moderno e anni ’80 nonostante il club avesse radici storiche antiche) apparivano molto chiaramente.

Gli Status Quo girarono direttamente qui on stage il video di “Paper Plane”; David Bowie produsse al Marquee “The 1980 Floor Show” per l’emittente americana NBC; gli Europe vi girarono la clip di “Halfway To Heaven”.

E poi ci sono i live album: dei Dream Theater abbiamo già detto. “Beyond The Mist” di Robin Trower è registrato quasi interamente qui; “Five Live Yardbirds” è probabilmente l’episodio più famoso; poi ci sono, citati in ordine sparso, Eddie & The Hot Rods (un ep molto famoso finito alto in classifica), Peter Green’s Fleetwood Mac, Gary Moore, King Crimson, Sweet, Great White, Atomic Rooster, John Mayall, Candlemass.

Questo senza scomodare le edizioni speciali allegate a cd legacy o i live postumi (per esempio Guns n’Roses, Twisted Sister, Kyuss, U2), per non parlare delle centinaia di bootleg.

I Sex Pistols davanti al Marquee