Piaccia o no, gli Oasis sono l’ultima grande band della storia del rock. L’ultima del ventesimo secolo a generare un’autentica devozione, l’ultima prima dell’esplosione del download e dello streaming quindi l’ultima di cui si compravano i cd e i singoli per avere gli inediti e le cover; l’ultima fatta di scazzi, follie, litigi, droghe e comportamenti incomprensibili, oggi difficili da rintracciare in una serie di talenti selezionati prima dal marketing che dal pubblico; l’ultima ad avere un doppio live monumentale, epico e storico (se avete snobbato “Familiar To Millions” rimediate, è una bomba di divertimento); l’ultima infine, a generare tanto clamore intorno a una reunion in cui sinceramente fino a un anno fa pochi speravano.

Dopo il warm up di Cardiff, il ritorno a casa a Manchester, ecco i fratelli Gallagher nel loro ambiente naturale, Wembley, circondati dall’amore incondizionato di 90mila spettatori a sera per cinque sere (più altre due annunciate in settembre). Preceduti dai Cast, band che a dispetto della scarsa notorietà, ha all’attivo sette album e che il pubblico di casa mostra di conoscere, e poi da Richard Ashcroft che scalda la platea con il triplete “Lucky Man”, “Sonnet” “Bittersweet Symphony”, prima di annunciare “la più grande delle rock’n’roll band”, ecco sul palco Liam, Noel e compagni, accolti da un boato che fa tremare lo spettacolare catino del Wembley Stadium.

Non c’è un passo falso che sia uno: band in forma perfetta, Liam e Noel addirittura simpatici e ben disposti verso un pubblico in totale estasi. Vedere la platea saltare all’unisono su “What’s The Story Morning Glory” vale quasi da sola il prezzo del biglietto, il viaggio e anche lo scroscio d’acqua ricevuto dal classico tempo atmosferico londinese proprio all’entrata dello stadio il 3 agosto. Con un consumo medio di quattro birre a testa da parte di un pubblico in grande prevalenza inglese, venuto a salutare il ritorno dei suoi figli prediletti, la festa di trasforma entro breve in pura estasi, grazie anche a una scaletta che ti fa rendere conto di quante canzoni indimenticabili (proprio nel senso che una volta sentite è impossibile dimenticarle, a prescindere dai gusti) abbiano in carniere gli Oasis: “Some Might Say”, “Supersonic”,, “Fade Away”, “Little By Little”, “Stand By Me”, “Slide Away”, “Whatever”, “Live Forever”… non c’è strofa né parola che i 90mila di Wembley non cantino all’unisono in quello che sembra più un ruggito che un coro. Quando si arriva al dunque, a cantare “Soooo, Sally Can Wait…” e “After All, You’re My Wonderwall” non è più questione di band e pubblico: lo stadio è un’unica enorme bolla di felicità. Non si vorrebbe mai finire, ma dopo “Champagne Supernova” gli Oasis salutano.

E allora il pubblico esce continuando a cantare fino in strada. Da ricordare per chi c’era, da provare se come pare, la favola continuerà con un tour europeo l’estate prossima.