ALESSIO ANTONIETTI
Come nel 2015 quando morì Lemmy, anche stavolta sembra che i pilastri del nostro amato genere stiano per crollare. La dipartita del nostro Ozzy, arrivata un paio di settimane dopo la riuscitissima fuoriuscita di Birmingham con i suoi tre compari dei Black Sabbath è un altra di quelle morti che lasciano il segno, un icona di un mondo che è sulla via di dissoluzione per come lo avevamo conosciuto. Amatissimo e anche odiato , ma personaggio che ha forgiato il nostro cuore metallico, prima con i sabbath e poi da solo: (uno dei pochi che ha giovato della separazione con il gruppo storico, solitamente la meglio l’hanno sempre loro), voce a detta di alcuni un po sgraziate ma sicuramente unica. Personaggio che ha sempre segnato le storie con i suoi eccessi e le sue burla, scopritore di talenti che ci lascia brani passati alla stoia e lo dimostrano i vari attestati di stima che stanno arrivando in queste ore. Ormai icone ne sono rimaste ben poche, godiamocele anche se la musica va avanti. Grazie di tutto vecchio rock’n’roller e come dice una tua canzone “Life won’t wait for you, my friend”!

GABRIELE BASSANETTI
Non ho mai avuto occasione di scrivere di Ozzy Osbourne, solo della sua “assenza”, avendo in effetti trattato sulla stampa rock il periodo in cui lasciò suo malgrado il posto a Ronnie James Dio. Considero i primi cinque album dei Black Sabbath la pietra angolare di tutto l’hard rock e l’heavy metal che sarebbe arrivato in futuro e so che moltissima della musica che ho ascoltato e gradito negli anni non sarebbe esistita senza Ozzy e senza quella stranissima alchimia che si venne a creare fra un improbabile cantante dalla voce sgraziata e dall’andatura caracollante sul palco e un chitarrista privo di qualche falange ma inventore dei riff più clamorosi della storia, capaci insieme di gettarti in un piacevolissimo abisso. In quei Black Sabbath sentivi la tenebra e non riuscivi a staccartene. Il mio Ozzy sinceramente è quello, la seconda parte della carriera con i Sabbath era funestata dalle sue condizioni spesso non ottimali, la terza ci ha regalato ancora qualche ottimo album (fino all’ultimo “13”). Non mi ha mai appassionato, confesso, l’Ozzy metal solista degli anni ottanta. Tutte quelle chitarre virtuose ma fragorose, fuori e sopra la canzone, mi sembravano un tentativo di alzare invano la posta rispetto a quanto fatto prima. Avevo il biglietto per vedere Ozzy con i Judas Priest a Bologna quando il covid fece saltare tutto, prima provvisoriamente e poi per sempre, con la sua comunicazione della malattia e l’addio ai palchi. Mi è spiaciuto, avrei voluto salutarlo in quell’occasione. I Sabbath avevano dato un bellissimo e clamoroso addio pochi anni fa. Avrei preferito restare con quello negli occhi e nel ricordo, Quest’ultimo passaggio, per quanto clamoroso e destinato a rimanere nella storia, non lo avrei voluto. Ma era comunque da te, principe delle tenebre e dell’imponderabile. Addio.

FRANCESCO BOMMARTINI
I Black Sabbath hanno definito le basi del metal. Se Tony Iommi ha creato alcuni dei riff più incredibili ed oscuri, Ozzy ha donato quella sgraziata cantilena che di fatto ne ha definito al mondo l’essenza. I primi cinque album dei Black Sabbath sono immortali, gli hanno consegnato Ozzy alla storia.

NICK BONDIS
Prima o poi doveva succedere. Ozzy non versava certo in buone condizioni e le sue ultime foto destavano preoccupazione. La domanda è: perché proprio ora, a solo due settimane dall’epocale concerto di Birmingham. Dopo la notizia della sua morte, ho pensato e ripensato a questa domanda. Semplice casualità o evento prevedibile? Mi sono dato una risposta. A Birmingham non ci stavano salutando i Black Sabbath ma lui: il Principe dell’Oscurità. Sfinito dal Parkinson, incapacitato da problemi fisici, immiserito da anni di inattività, non ce l’avrebbe fatta ad andare avanti e lo sapeva. Ha voluto salire per l’ultima volta sul palco, l’unico posto dove si è sempre sentito a suo agio, per ringraziarci – come ha detto lui – “dal profondo del cuore”. Il suo corpo gli ha dato ascolto e ha retto fino al momento giusto. Era il più bel regalo che potesse fargli. Poi ad Ozzy non gli è rimasto che andarsene.
Non starò a ripercorrere la sua carriera musicale né l’importanza della sua musica. Sapete già tutto. Io vorrei ricordare la cosa meno scontata: l’uomo. Già, perché se Ozzy è entrato nei cuori di tutti non è solo per la sua musica ma anche per quello che è stato. Una persona cresciuta fra povertà e miseria sociale. Un giovane teppistello senza speranza destinato a una vita di stenti che invece è diventato un dio del rock. Se non l’avete fatto, leggetevi la sua biografia di qualche anno fa per capire l’inizio della sua storia. Con il successo sono arrivati i vizi, le esagerazioni, le ansie, le dipendenze. All’inizio degli Anni Ottanta tutti lo davano per morto. E’ invece è risorto. Grazie anche e soprattutto a Sharon, che potrà essere dispotica finchè volete ma ha salvato, amato e perdonato Ozzy fino alla morte. E’ sopravvissuto alla tempesta del grunge e proprio mentre la sua stella per la seconda volta volgeva al declino si è inventato l’Ozzfest per promuovere la next generation del metal e poi il programma degli Osbournes. Certo, era un’operazione commerciale ma quello che si vedeva nello schermo era il vero Ozzy e non uno che recitava la sua parte. Non era certo un filosofo né un grande pensatore ma è stato comunque una guida carismatica. Ha insegnato con i suoi errori. Ha incoraggiato a credere in sé stessi perché lui per primo non lo faceva. Ha dimostrato quanto è difficile avere equilibrio nella vita. A ciò però va aggiunto che, in fondo, un po’ di follia e anarchia ci vuole (ma non ai suoi livelli….). E’ diventato uno dei volti, se non IL volto dell’heavy metal, ma non è mai stato una rockstar. Ha creato una vera e propria “famiglia”, che si è riunita per l’ultima volta a Birmingham sia sul palco che sugli spalti dello stadio di Aston, vicino alla sua casa d’infanzia. E molti altri sarebbero venuti se avessero potuto. Per decenni, generazioni di metallari e di musicisti hanno guardato a lui come a una bussola. Ora dovranno cercare – per dirla alla Battiato – un altro ”centro di gravità permanente”.

ALBERTO CENTENARI
Abbiamo creduto che fosse immortale. Ozzy doveva rimanere con noi, almeno lasciarci credere che ci fosse ancora tempo. E ci siamo convinti fosse così dopo l’evento di pochi giorni fa a Birrmingham. Uno scherzo niente male, l’ultima burla del madman; leggendario, pazzo, irriverente, geniale…. madman. Ciao Ozzy; ti abbiamo voluto bene tutti, hai unito in un sabba nero una manciata di generazioni, hai portato l’heavy metal a livelli di mainstream straordinari, rimanendo fedele a te stesso, nel bene e nel male. Oggi il mondo della musica tutta piange uno dei suoi più illustri, discussi e amati personaggi di sempre. Il resto…tutto il resto….è rock’n’roll!!!!!

GIANNI DELLA CIOPPA
È inutile fingere. Lo sapevamo tutti. Quel 5 luglio di un paio di settimane fa è stata la data che ha scritto la parola fine di un’epoca. Quello è l’ultimo giorno che avremmo visto Ozzy Osbourne vivo. Lo sapevano tutti, sul palco, sugli spalti e i milioni di fan davanti allo schermo. Ma in un misto di rispetto, paura e devozione, nessuno ha avuto il coraggio dirlo. E l’ondata di emozione per la morte di Ozzy, che ha travolto il mondo dell’arte, dalla musica al cinema all’informazione tutta, conferma il carisma di un musicista che da molto tempo è oltre la leggenda, perché lui è Ozzy Osbourne, un musicista che ha saputo conquistare tutti semplicemente rimanendo sé stesso, folle e sincero, dai Black Sabbath alla sua carriera solista, sempre con l’intelligenza di circondarsi di musicisti più talentuosi di lui. Non ha senso parlare dei suoi dischi che amiamo di più, di chi lo preferisce nei Sabbath o di chi si è fermato ai primi tre album solisti (moltissimi metal fan), perché chiunque ami il rock gli deve molto a prescindere da quanti suoi album ha in collezione. Non ha senso perché tutti abbiamo pagato il nostro tributo ad Ozzy, tutti abbiamo sognato di essere Ozzy, liberi, selvaggi e slegati da ogni vincolo di regola. Lui ci è riuscito, ha vissuto mille vite, è morto e rinato più volte, ma non ha mai smesso di essere Ozzy. Inutile che vi racconti il mio Ozzy, non è diverso dal vostro: fascinazione, ammirazione, idolatria, libertà. Ma più di mille parole per provare a spiegare Ozzy c’è un’immagine che per me dice tutto. Il momento più emozionante di quel “Back To The Beginning”, che è già leggendario, è quando Ozzy, con l’ultimo anelito di vita che ha in corpo, canta, seduto sul trono che merita, con voce incerta, ma struggente “Mama I’m Coming Home”. Mentre le note scorrono, la telecamera compie una carrellata tra il pubblico e si nota una ragazza che piange di emozione, non un fan di vecchia data, non uno della vecchia guardia, ma una ragazzina, nata probabilmente al tramonto degli anni migliori della storia di Ozzy, ma è lì rannicchiata nella sua emozione e le lacrime le rigano le guance, perché sa che il suo idolo la sta salutando per l’ultima volta, per poi raggiungere l’unico posto dove Ozzy merita di sedere: tra i grandissimi della storia del rock. E le lacrime di quegli occhi dolcissimi sono anche le lacrime di tutti noi. Goodbye to romance, goodbye Ozzy.

EDOARDO NAPOLI
Quando Ozzy raccontò il perché alla base dell’heavy metal, disse:”Esistono i film dell’orrore, perché non fare anche la musica dell’orrore?”. Tanto basta per misurare l’immensa eredità che quest’uomo ci lascia. Senza di lui, senza il suo genio e sregolatezza, senza il suo estro, non saremmo qui. Le sue gesta lasciano una traccia che il tempo non cancellerà.

LUCA PIZZIMBONE
Ozzy se n’è andato! Sarà vero? Chissà che non ci tiri qualche scherzo diabolico… la cosa certa è che resterà in eterno la musica che lo ha visto protagonista. Per chi come me odia le classifiche e i paragoni, The Madman, sia nei Black Sabbath sia da solista, rappresenta l’essenza del rock, dove incidono non solo la grandissima musica, ma anche l’anima, lo show, lo spirito… ecco, Ozzy per me è il più grande esempio di spirito rock: talentuoso nella sua imperfezione, generoso, geniale, dissacrante, ironico, folle… L’ha dimostrato andandosene pochi giorni dopo il suo addio alle scene.
Non mi mancherà, perché le emozioni che mi ha dato e la sua musica faranno sì che lui sia sempre vivo e presente. Ozzy forever!

FRANCESCO A. BRUNALE (critico musicale)
Lo zio Ozzy lo conobbi nella seconda metà degli anni 80. Avevo dodici anni, quando mi feci comprare dai miei The Ultimate Sin. Non sapevo chi fosse, ma era il principe delle tenebre e quindi non vuoi non comprare un suo disco? Booom. Fu amore e da lì a comprare o registrare tutta la sua discografia solista. Questo è stato il mio modo di approcciare con Ozzy. I Black Sabbath li ho conosciuti sempre tramite lui quando comprai a Riccione il live di Speak Of The Devil, con Brad Gillis alla chitarra. Eravamo sul finire degli anni 80 e ancora ricordo che feci il bis con No Rest For The Wicked, acquistato da mio nonno a Roma che rimase senza parole (direi attonito) quando vide la copertina. Da allora Ozzy c’è stato e l’ho sentito una specie di protettore quando al Liceo Classico, ambiente snob da paura, mi presentavo con giubbino jeans e toppa di Ultimate Sin. Poi fu No More Tears, in piena epoca Grunge, a farmelo amare ancora di più. Tanti ricordi, anche se, come uno zio che vedi sempre meno, ci si é persi di vista con il passare degli anni ( ma un ascolto a tutta la sua produzione l’ho sempre fatto). E qui entrano in gioco i Black Sabbath, la bestia da domare, quella che ha elevato il colore nero delle tenebre ad arte illuminante. La mazzata di Hole In The Sky rimane la nascita di 30 generi, condensati in una canzone. Se c’è un gruppo che ha cambiato le vite di milioni di persone senza saperlo, questi sono i Sabbath. Punto. Poi viene il resto. Il mese di luglio, proprio per l’amore incondizionato verso questo gruppo e tutte le sue incarnazioni, mi ha portato a acquistare il biglietto on-line del concerto di Birmingham. Lo stato di eccitazione che ho vissuto ce l’ho ancora addosso. Un giorno indimenticabile dove ho cantato, ho pianto come un bambino, ho tremato nel vedere Ward, Butler, Iommi e Ozzy su quel palco. Avrei fatto notte pur di cogliere altre sensazioni di amore, di vita e di ricordi sparsi nella mia mente e sul mio corpo come il tatuaggio di Born Again che esibisco ovunque con orgoglio. Ora Ozzy non c’è più ma sarà il mio Ghost Behind My Eyes. Con buona pace di tutti e con la gioia che mi accompagna quando mio figlio vede la copertina di No Rest for the Wicked e mi dice:” Papà voglio sentire Ozzy”. E via con Miracle Man…
