Finalmente ce l’ho fatta. Dopo mesi di rinvii, sono riuscito a trovare il tempo per ascoltare un disco per il gusto di farlo e non solo per necessità. Figo scrivere recensioni, fare articoli, interviste, fanzine e libri, e andare a concerti, poi succede che ti dimentichi di esistere e di voler ascoltare musica anche solo per te stesso. E il nuovo dei Mogwai, undicesimo in studio, band scozzese che mi aveva stregato sin dal primo “Ten Rapid” del 1997, un cd con il materiale vario pubblicato su singoli, quasi contemporaneo al debutto ufficiale dello stesso anno “Young Team”. Autori di un post rock vellutato, ma capace anche di impennate di chitarre ed energia, i Mogwai, sempre gli stessi tre amici (Stuart Braithwaite – chitarra, basso, voce; Dominic Aitchison – basso, chitarra e Martin Bulloch – batteria), raggiunti poco dopo da Barry Burns (tastiere ed altro), anche con “the Bed Fire” continuano con il loro sound cinematografico, che al post rock citato fonde cascate di shoegaze e trame misteriose che ricordano colonne sonore tra “Twin Peaks” e “Dark”.

E forse la scelta del titolo “The Bad Fire”, un antico modo scozzese di definire l’inferno, in qualche modo delinea le coordinate delle dieci tracce, che sono il frutto di un periodo complicato per i musicisti, che hanno attraversato drammi personali e familiari, e che hanno trovato nella musica un modo per ricompattarsi e dare voce alle loro emozioni. La produzione di John Congleton, una che la materia la conosce bene (Explosions In The Sky, Decemberists), ha amplificato il senso di musica voluminosa, rarefatta e penetrante, costruita su melodie lente che avanzano impetuose e spesso esplodono in deflagrazioni sonore. Dalla scaletta, a mio avviso priva di riempitivi, suggerisco di soffermarsi su “God Gets You Back”, eterea e gigantesca apertura, “Pale Vegan Hip Pain” con tratteggi di kraurock e “18 Volcanoes”, mistica e quasi incorporea ad un passo dai My Bloody Valentine dei primi ep e i seminali Slint. Se “Hammer Room” è forse il brano più ortodosso, i sintetizzatori taglienti attanagliati ad una ritmica potente rendono “lion Rumpus” un brano anomalo e stupendo. “Fatc Boy”, con forti echi di Sigur Rós, chiude un album maestoso, che ci ricorda che il post rock non fu una boutade della critica e che i Mogwai sono una grande, forse grandissima, band.
