Epocale. Non mi viene parola migliore per descrivere “Back To The Beginning”, il concerto d’addio dei Black Sabbath. Un addio che è un ritorno agli inizi con la formazione originale dopo cinquantasette anni dai suoi esordi. Più che un concerto si è trattato di lungo tributo (oltre dieci ore di musica) a Ozzy Osbourne, Tony Iommi, Geezer Butler e Bill Ward. E c’erano proprio tutti a festeggiare. Metallica, Slayer, Guns e tantissimi altri ospiti. Ma quando mai si sono visti cosi tanti giganti in un sol colpo? Mancavano solo gli Iron Maiden per uno scazzo fra Ozzy e Bruce Dickinson e i Judas Priest, impegnati proprio quella sera in un concerto con Scorpions e Alice Cooper. Per una sera Birmingham è diventato il centro del mondo e non poteva essere altrimenti. Birmingham ha dato i natali all’heavy metal perché qui, poco fuori dalla stazione, c’è “The Crown”, il primo locale dove si sono esibiti i Black Sabbath, diventato già una meta di culto.

Il concerto di oggi si tiene in un altro posto leggendario: il Villa Park, lo stadio dell’Aston Villa. A pochi passi dallo stadio, non a caso, c’è ancora la casa dove il piccolo John Michael Osbourne, fra gli anni Cinquanta e Sessanta, imparava a diventare il re dell’oscurità. Ben dodici i gruppi in scaletta più Ozzy e i Sabbath alla fine. Ma questo è solo una parte del programma. Ci sono infatti anche due non meglio specificati “supergruppi” e un generico spettacolo di batterie. Certo, bastava comprarsi il merchandising per sapere i nomi degli ospiti ma perché rovinarsi la sorpresa? E di sorprese ce ne saranno veramente tante. La giornata mi ha ricordato molto il Live Aid, che proprio in questo mese compie quarant’anni: tanti ospiti sul palco, un clima da grande occasione e una causa sociale (i proventi del concerto saranno infatti devoluti alla ricerca contro il Parkinson e ad alcuni ospedali pediatrici). E pazienza se qualche stacco era impreciso o qualcuno si scorda i testi. L’importante è esserci e vivere insieme questo momento unico. Chi non ha potuto partecipare al concerto, ha mandato un video di saluto: è il caso degli AC/DC, Billy Idol, Elton John, Cindy Lauper, Def Leppard e persino della country singer Dolly Parton.

A dare l’inizio alle danze ci pensa Jason Momoa, il muscoloso attore americano che, oltre ad aver fatto Aquaman e aver recitato su Minecraft, è anche un metallaro incallito. E’ lui che dà la sferzata iniziale con un discorso introduttivo in stile orgoglio heavy metal. I primi gruppi a suonare sono i Mastodon e i zeppeliniani Rival Sons ma il vero decollo si ha con i sempiterni Anthrax. I cinque newyorchesi di Brooklyn saltellano sul palco ripescando i pezzi del loro primo repertorio thrash, fra cui “Indians” e “Into the Void”. Scott Ian è la solita scheggia impazzita ma anche il resto della truppa si muove come uno sciame di cavallette impazzite. Gli Halestorm ci riportano a sonorità più moderne. La cantante Lizzy Hale è una tempesta di nome e di fatto e la resa di “Perry Mason” di Ozzy lascia a bocca aperta. Meno riuscita è la cover di “Children Of The Grave” fatta dai Lamb of God, che poi si rifanno parzialmente con “Laid to Rest” e Redneck”.

E’ poi la volta del primo supergruppo, i cui nomi vengono snocciolati piano piano. Sul palco salgono Nuno Bettencourt degli Extreme, l’ex Megadeth David Ellefson, Mike Bordin (ex Faith No more e batterista di Ozzy solista) e Adam Wakeman alle tastiere per suonare “The Ultimate Sin”  dall’omonimo album di Ozzy dell’86. E alla chitarra? Non poteva esserci che Jake E. Lee, che su quel disco ha suonato e che, nonostante il suo talento, non ha mai raccolto quanto avrebbe dovuto. E poi David Drainman dei Disturbed per cantare “Shot In The Dark” e “Sweet Leaf”, l’unico ad essere fischiato da coloro che non hanno gradito la sua visita in Israele nel giugno 2024 per autografare durante alcuni ordigni militari delle forze armate israeliane. Segue il redivivo Whitfield Crane degli Ugly Kid Joe, che canta “Believer”, e una toccante “Changes” con il bravissimo Yungblud alla voce. C’è pure (anche se solo su video) quel mattacchione di Jack Black che rifà “Mr Crowley” con la sua band di adolescenti (fra cui Roman Morello, figlio del più noto Tom dei Rage Against The Machine). Roba da matti ma è solo l’inizio! Sul palco salgono gli Alice In Chains e sono gli anni del grunge a farla da padrone con “Man In The Box” e “Would!”. Jerry Cantrell e compagnia passano l’esame della cover con una vigorosa versione di “Fairies Wear Boots”. Poi è la volta dei francesi Gojira, che ci riportano all’inaugurazione delle Olimpiadi di Parigi con la tragica “Mea Culpa”. La seconda sorpresa della serata è un tris di batterie suonate da Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers, Travis Barker dei Blink 182 e Danny Carey dei Tool. Insieme si divertiranno con “Symptom Of The Universe”. Poi è la volta del secondo supergruppo e qui è una gran carrellata dove spuntano Billy Corgan, K.K. Downing dei Judas Priest (che farà uno splendido assolo in “Breaking The Law”), il grande Rudy Sarzo al basso, Tom Morello, Sammy Hagar (canterà “Rock Candy” dei Montrose!), Papa V Perpetua dei Ghost, Vernon Reid dei Living Color. Per “Train Kept-a Rollin” sale sul palco Steven Tyler degli Aerosmith e persino Ron Wood dei Rolling Stone! E poi non poteva mancare la generazionale “Walk This Way”, sempre cantata da Tyler.

A un certo punto gli ospiti sono talmente tanti che non si capisce più chi sta sul palco e chi no.  Dopo quest’orgia di divinità del rock, il gioco di fa duro con i Pantera che non fanno prigionieri con “Cowboys From Hell” e “Walk”. Il loro tributo ai Sabbath viene pagato con le cover di “Planet Caravan” e “Electric Funeral”. Il pensiero va per un momento agli indimenticati fratelli Darrell ma forse anche loro si sono gustati lo spettacolo da lassù. Chi invece è sceso fra il pubblico è Jason Momoa che, all’arrivo su palco dei Pantera, è andato oltre le transenne per pogare in mezzo al pubblico. Eroico! Arrivano poi i Tool, che passeranno il test della cover con una “Hand Of Doom” fatta a modo loro. Dopo la band di Maynard Keenan si passa al Valhalla del heavy metal a cominciare dagli Slayer. Non possono mancare dal loro repertorio “Raining Blood”, “War Ensemble”, “South of Heaven” e “Angel of Death”. Curioso sentire Kerry King e allegra compagnia fermare per un momento la loro macchina da guerra e abbandonarsi alle atmosfere blues di “Wicked World” dei Sabbath. Sentire Tom Araya in versione blues anziché cantare di serial killer non capita tutti i giorni! Dopo gli Slayer è la volta dei Guns and Roses che si lanceranno in una bella cover della celebre “Sabbath Bloody Sabbath” e della meno nota “Junior’s Eyes” dei Black Sabbath di fine anni Settanta e della più nota “Never Say Die” tratta dall’omonimo album. Erano anni che non sentivo i Guns dal vivo ma la voce di Axl Rose è ben lontana dai fasti di un tempo. “Welcome To The Jungle” e “Paradise City” sono inni generazionali ma il falsetto ormai incolore di Axl non graffia più come dovrebbe. Qualche minuto di pausa e salgono sul palco i Metallica, che iniziano con la cover di “Hole In The Sky”, tratta dall’album dei Sabbath “Sabotage”. Un pezzo che, se fosse stato scritto dai Four Horsemen, non avrebbe sfigurato in album come “Load” e “Reload”! Poi i grandi e immarcescibili classici: da “Creeping Death” a “For Whom The Bell Tolls”, passando per “Battery” e “Master Of Puppets”. In mezzo la cover della poco nota “Johnny Blade”, tratta da Never Say Die. Finalmente è la volta di Ozzy Osbourne! Il King Of Darkness emerge dagli abissi del palco seduto su un trono nero mentre la chitarra di Zakk Wylde sciorina i riff di “I don’t Know”. Ozzy appare certo sofferente: il Parkinson non gli lascia tregua e al termine di ogni brano deve spruzzarsi dello spray in gola. Vorrebbe alzarsi ma non può. E si capisce che è una grande sofferenza per lui, abituato a scorrazzar sul palco e arringare il pubblico a suon di secchiate d’acqua. Tuttavia, anche in queste condizioni, Ozzy è in grado di smuovere lo stadio intero. Basta un suo “louder!” per far perder la testa alla gente. I celebri accordi di organo introducono la storica “Mr Crowley” che, con “Suicide Solution”, rappresenta il giusto tributo a Randy Rhoads. Ma il ricordo del biondo e minuto chitarrista non si ferma qui. Viene infatti proiettato un video della madre di Randy che, con parole commosse, ringrazia Ozzy e il pubblico per tutto l’affetto verso suo figlio. “Mama I’m coming home” è pienamente in linea con il ritorno di Ozzy a Birmingham e una splendida esecuzione di “Crazy Train” chiude il concerto di Ozzy solista.

Una decina di minuti dopo è il gran finale: l’ultimo atto della storia dei Black Sabbath si apre con le sirene di “War Pigs”. Il redivivo Bill Ward si presenta dietro alle pelli della batteria a petto nudo quasi non sentisse i suoi settantotto anni. Tony Iommi è il cavaliere nero macina-riff che conosciamo da sempre e Geezer Butler non ha perso lo smalto del bassista heavy che è sempre stato. Avreste dovuto sentirlo introdurre il giro di “N.I.B”: suonava tutt’altro che un addio! “Iron Man” è la colonna sonora dell’apocalisse da cui l’uomo di ferro tenta invano di salvare il mondo. Si chiude con “Paranoid”, ormai un grande classico della musica moderna e non solo dell’heavy metal. Tacciono gli strumenti e Ozzy si ferma sul palco per salutare il pubblico. Il suo pubblico che non lo ha mai abbandonato neppure nei momenti più difficili. Tristezza? Impossibile negarla. C’è chi ricorda che un primo addio dei Black Sabbath fu organizzato nel 1998 sempre a Birmingham e siamo ancora qui. Qualcuno dice che neppure sarebbe l’ultimo atto della band. Mi pare molto molto difficile. A parte forse Geezer Butler, la band non regge più un intero concerto e Ozzy e Bill Ward hanno evidenti limiti fisici.

Questo è veramente l’ultimo capitolo della band. Ma è uno dei capitoli più belli ed è già entrato nella storia.

Ozzy commosso ed emozionato saluta per l’ultima volta i suoi fan, che lo omaggiano con un’immensa ovazione!