Io direi di lasciar perdere le solite cose che si dicono ogni volta che Bruce Springsteen cala sull’Italia. Parliamo invece di quello che l’altra sera (San Siro, 3 luglio 2025) ci ha voluto dire lui. Perchè è risaputo che il Boss racconta sempre storie, non fa mai il juke box di se stesso e ha un repertorio talmente vasto da cambiare storia semplicemente cambiando scaletta. Nel tour precedente, quello di Ferrara e Monza, voleva da raccontare le sensazioni dell’ultima parte della vita che si avvicina, degli amici che se ne vanno, dell’eredità che si lascia. Una specie di malinconico finale, che ci avrebbe fatto pensare all’addio, se opportunamente, alla fine del concerto monzese, Springsteen non avesse fatto scrivere a caratteri cubitali sugli schermi “…la E Street band tornerà…”.
E infatti è tornata, con una storia ben più incazzata da raccontare: quella di un’America che, chi l’ha cantata con amore e passione per 50 anni, non riconosce più e non riesce ad accettare in questa sua nuova forma autoritaria, razzista, violenta. Non a caso i pezzi chiave del tour precedente, “Last Man Standing”, “I’ll See You In My Dreams” e “Backstreets”, la canzone simbolo delle grandi amicizie, non ci sono più. Ma nemmeno “Glory Days”…

Invece la tracklist del concerto era piena di brani arrabbiati, brani contro i potenti (un potente in particolare), inviti a lottare e a rialzarsi conditi da almeno tre momenti in cui il Boss ha fatto volare parole taglienti e rabbiose contro l’amministrazione Trump. “Land Of Hope And Dreams”, che dà il titolo al tour, parla delle fatiche di chi ha raggiunto l’America sperando nella sua promessa, “Long Walk Home” (“una preghiera per il mio paese”) parla della fatica e della lunghezza della strada da compiere; “My City Of Ruins” contempla la desolazione ma poi alza il pugno e il grido “C’mon Rise Up”, “The Rising”, scritta dopo l’attentato alle torri gemelle, parla di alzarsi e ripartire. E poi c’è il pezzo simbolo, “Rainmaker” che parla delle persone spaventate da chi gli racconta tutto e il suo contrario, che a un certo punto sceglieranno un uomo della pioggia convinti dalle sue promesse.

Ovviamente non può mancare “Badlands” (“il povero vuole essere ricco, il ricco vuole essere re e un re non è soddisfatto finché non domina su tutto”) e anche “My Hometown” si carica di significati diversi da quello originario del legame con il luogo natale, virando invece verso la lotta per il proprio paese. Il tutto cantato, declamato, urlato con una rabbia che ha tolto a Springsteen almeno cinque anni di età e parecchi dei suoi acciacchi.
Un concerto con dentro un’energia quasi insostenibile, perché non era solo allegria, che con Springsteen non manca mai,
ma c’era anche tanta consapevolezza, solidarietà, voglia di pace e giustizia.

Ho cambiato idea, sapete? Parliamone pure delle solite cose che si dicono quando in Italia arriva Springsteen Tipo? “Ormai è anziano e fa il giovane che salta sul palco”; “canta i poveri e i dimenticati ma è miliardario”; “tanto non ha più voce”… parliamone pure fino al momento in cui la musica di sottofondo si spegne e le luci del palco si accendono. Perchè poi nessuno parla più e nessuno resta lì a braccia conserte e naso arricciato: si balla, si grida, si salta, si applaude, si alza il pugno. E si piange. Sì, si piange, perché ormai siamo diventati anziani insieme a lui. E se quarant’anni fa quando venne per la prima volta eravamo ragazzi che volevano fare casino, adesso lo sappiamo che l’avventura sta finendo, come lo sa lui. E quando alzi il pugno, magari per l’ultima volta, mentre gridi “It’s a town full of loosers and I’m pulling out of here to win”, sai che non è come allora, che il tempo è passato e che tu da quella “città di perdenti” non te ne sei andato e non te ne andrai mai.
Ma c’è sempre Bruce Springsteen a darti speranza, ogni volta che torna e ti racconta un’altra storia.
