Un nuovo disco di Eugenio Finardi è come incontrare un amico dopo qualche anno e ritrovarlo uguale, ma migliore.

Non sappiamo se Eugenio Finardi con questo “Tutto” abbia scritto il suo testamento artistico, come si legge in giro, ma se così fosse non poteva scegliere lascito migliore. Intenso, tra saggezza e malinconia, Finardi (sempre in collaborazione con il compositore e produttore Giovanni Maggiore), celebra il mezzo secolo di musica con un album di inediti, il ventesimo a undici anni dall’ottimo “Fibrillante”, che dimostra ancora una volta l’intensità della sua arte, tra saggezza, empatia e vita vissuta.

Colpito tempo fa da un ridimensionamento dell’udito (la soglia di ascolto si ferma a 5000 Hz), il cantante ha rivisitato la sua percezione di ascolto e di scrittura, lavorando su campionamenti e manipolazioni varie, anche da alcuni suoi vecchi lavori. In questo modo l’energia degli esordi ha lasciato posto ad una proposta disciplinata e la sua voce si è posizionata su un timbro docile e sussurrato, che poggia su tappeti di tastiere e sintetizzatori, un’operazione che dimostra come si possa evolvere senza sconfessare ciò che si è stati.

Onesto fino all’autolesionismo il cantautore milanese apre l’album con la sciabolata di “Futuro” dove canta “Ormai s’è capito che non esistono gli extraterrestri che ci vengono a salvare. Ormai la mia unica speranza è nell’Intelligenza Artificiale. Tutto sarà più logico, tutto sarà normale, senza l’imprevedibile intervento naturale”, dove in qualche modo disconosce le speranze del suo classico “Extraterrestre” del 1977. Segue “Bernoulli” ballata dal tono sociale cantata con voce saggia, ma è impossibile non soffermarsi in “Tanto tempo fa”, un pezzo ritmato dove emerge il ricordo di un ragazzo che viveva il suo tempo, scoprendolo giorno per giorno. “La battaglia” è una poesia tagliente tra genitore e figlio, argomento che trova una prospettiva più serena nella successiva “Francesca sogna”, condivisa proprio con la figlia Francesca, in arte Pixel, per uno dei brani più intensi e riconoscibili e in qualche modo commerciale, anche grazie al bel timbro della ragazza. “La mano di uno che sa” affascinante nelle sua disarticolata armonia, lascia spazio a “Onde di probabilità”, sostenuta da un duplice accordo che si ripete, ad un passo da Gary Numan e Midge Ure, un’idea armonica che ritroviamo in “I venti della luna” con un maggior senso melodico. “Massiccio attacco di panico” è l’ennesima perla sincera nel testo, musicata con un’eleganza, che mi ha ricordato il primo David Sylvian post Japan. “Pentitevi” è un mantra inquietante che intreccia memoria e dubbi sul futuro. La chiusura del disco è affidata a “La facoltà dello stupore”, sorta di eredità di un uomo che sa di aver imboccato l’ultima parte del viale, ma che si ostina ad amare l’amore, che vuole ancora stupirsi ed emozionarsi. Un brano davvero commovente, che possiede alcune tra le più belle parole mai scritte da Finardi: “In tutta questa meraviglia, che non ci fermiamo mai a godere, e che invece dovremmo nutrire, con la facoltà dello stupore. Non possiamo che abbandonarci alle onde del destino, camminando mano nella mano che l’orizzonte del destino è vicino”.

E non c’era modo migliore per chiudere un disco emozionante dove Eugenio, che dalla copertina ci guarda con un sorriso mordace, con i suoi 72 anni, ci consegna un lascito di una grande potenza emotiva che cresce ad ogni ascolto.

Una splendida immagine di Eugenio Finardi, ritratto da Fabrizio Fenucci