“Io sto nella pausa che c’è tra capire e cambiare”. Una sola frase, profondamente icastica, svetta leggera come roccia rosa baciata dai raggi di una musica che cresce piano piano e infonde coraggio. È quanto accade in “Alba”, il brano di apertura del nuovo disco di Niccolò Fabi, “Libertà negli occhi”. Un’opera che l’autore ha concepito come un regalo a sé stesso e ai suoi compagni di viaggio, con i quali ha registrato il disco in uno chalet di montagna in Val di Sole lo scorso gennaio. Partecipi di questa avventura sono stati alcuni storici collaboratori di Fabi, cioè Roberto Angelini, Alberto Bianco, Filippo Cornaglia e Riccardo Parravicini, a cui si sono aggiunte due novità interessanti: Emma Nolde (giovane cantautrice con tre album all’attivo) e Cesare Augusto Giorgini (cantautore e allievo di Fabi presso l’Officina delle Arti Pierpaolo Pasolini di Roma).

“Libertà negli occhi” è un’opera nella quale Niccolò Fabi ha sentito di voler essere quello che è, accettando il rischio di sembrare ripetitivo a livello stilistico (il sottoscritto preferisce parlare di personalità e coerenza di un sistema di pensiero cantautorale); l’importante, per il Nostro, è scrivere qualcosa in nome dell’autenticità, aspetto essenziale alla sua poetica.

A livello sonoro, il disco può collocarsi a metà strada tra “Solo un uomo” (2009) e “Tradizione e tradimento” (2019), entrambi lavori dove molte canzoni si concludono con ampie sezioni strumentali. E così avviene anche nella maggior parte dei brani del nuovo album, indice della volontà dell’autore di stare sempre di più nella penombra della canzone; le lunghe code strumentali, spesso in climax ascendente, non rappresentano solo lo spazio sonoro in cui l’ascoltatore può meditare sulle parole appena udite, ma fungono anche da occasione di resurrezione per le storie dolenti evocate dalle liriche.

Procederemo ora a presentare le tracce una per una, a mo’ di ‘commentario musicale’.

“Alba”: il brano più caro all’autore, nato da un giro melodico arricchito in sala prove dall’apporto degli altri musicisti. Sul piano lirico, offre un caso abbastanza insolito; rare volte nella storia della canzone italiana il testo si riduce ad uno o due versi – un esempio di qualche decennio fa è “Fontana chiara” di Rino Gaetano, dall’album “Aida”, del 1977: “Fontana chiara / un poco dolce un poco amara”.

“L’amore capita”: l’amore visto da una prospettiva più matura; testo in parte piuttosto schietto (“Se era un gioco non è stato divertente / ma chi ha deciso poi che stessimo giocando”, “Sì ma quante insicurezze devi avere / per cercare in ogni incontro una conferma”); si accusa una condizione di blocco emotivo (“restiamo fermi nelle nostre posizioni”, che ricorda l’essere “arroccati nelle nostre postazioni” di “Al di fuori dell’amore”, 2022), ma infine l’ardua impresa di affrancarsi dal passato può essere incoraggiata dalla speranza che “esiste un futuro”.

“Acqua che scorre”: un brano dedicato al nostro pianeta; è impostato come un dialogo dove vengono contrapposte due teorie sulle origini del mondo, quella scientifica e quella religiosa (la seconda strofa è infatti una parafrasi del primo capitolo del libro della Genesi), spiegate da una prospettiva genitoriale e con tono didascalico; alla complessità di tali racconti, il bambino risponde con lo stupore per ciò che la natura gli muove davanti agli occhi: “Acqua che scorre / sole che sorge / fumo che sale / la mela che cade”.

“Nessuna battaglia”: la prosecuzione ideale di “Vince chi molla” (2016), questa volta con un notevole sviluppo strumentale a chiudere ed elevare la canzone. Testo coraggioso, vuole superare l’idea che la malattia sia una battaglia contro sé stessi o contro un qualche nemico; non possiamo guarire da noi stessi, ma possiamo cambiare la forma della nostra sostanza, adoprare una “lente nuova / per caratteri illeggibili”.

“Casa di Gemma”: testo interpretabile a più livelli, vale a dire come un dialogo tra un genitore e sua figlia, oppure come un dialogo tra la fase adulta dell’autore e la sua fase giovanile. Di fronte alle “insidie di ogni cambiamento” non possiamo fare altro che affrontare la sfida: “le cose cambiano / le case cambiano / l’unica scelta che ho è viverle”.

“Chi mi conosce meglio di te” (con Roberto Angelini): un colloquio con la musica, forse più in particolare con la canzone, per l’autore destinataria esclusiva di alcune confessioni che rimangono inaccesse persino alle persone a lui più care.  

“Custodi del fuoco”: chi sono questi custodi del fuoco? Testo che verte sull’incontro e scontro tra generazioni diverse, ma anche tra ‘categorie’ di persone, o meglio tra vedute diverse sul mondo e sulla società. “Non è detto che nuovo vuole dire che è buono / non è detto che vecchio vuole dire che è secco”: chiusa che può richiamare “Il nuovo non è sempre il meglio”, da “Tradizione e tradimento” (2019). Si ricerca, in fin dei conti, un senso di equilibrio: “Oscilliamo da sempre / tra gli inutili estremi / tra i modernisti / ed i nostalgici tristi”.

“Libertà negli occhi”: atmosfera malinconica e spensierata, rievoca scene di leggerezza tipiche della fanciullezza, dove ancora la vita non impone di prendere delle scelte per il futuro, al contrario è possibile “stare solo nel presente”. Coscienza del ruolo che noi, prima di chiunque altro, abbiamo nel manovrare il timone della nostra esistenza: “tanto il finale della nostra storia / lo decidiamo solamente noi”. E, di conseguenza, la direzione in cui poniamo lo sguardo detta il procedere del nostro cammino; se i nostri occhi sono in grado di muovere lo sguardo con libertà, allora è vera e concreta la possibilità di vivere in libertà: “libertà negli occhi / libertà per noi / la vita va dove va il suo sguardo”. Nel 2009 il Nostro cantava di “prigionieri col terrore / di essere liberati di essere liberi” (“Parole che fanno bene”): sembra che “Libertà negli occhi” possa rappresentare una risposta illuminante a quell’umanità impaurita, che ha ora l’occasione di trovare il coraggio per stare “nella pausa che c’è tra capire e cambiare” e andare avanti, un passo alla volta.

“Al cuore gentile”: una libera parafrasi della poesia di Guido Guinizzelli “Al cor gentil rempaira sempre amore”, memoria degli studi universitari di Niccolò Fabi (laureato in lettere a Roma). Un brano semplice, ma caloroso, che rende omaggio a quella che l’autore considera la canzone d’amore all’esordio nella storia della letteratura italiana. Una riprova del fatto che i classici non cessano mai di avere qualcosa di nuovo da dire.

La modalità in cui le canzoni si dispiegano è tipicamente fabiana: un giro di accordi apre il pezzo e ne sostiene la struttura, lasciando poi spazio ad un finale in crescendo dove spesso viene ripetuta la parte di testo che più rappresenta l’identità lirica della canzone.

Nell’introduzione al disco, Niccolò Fabi confessa i propri dubbi sulla capacità di scrivere qualcosa di originale all’età di 56 anni; emerge, da parte di Fabi, una consapevolezza del tempo che avanza e, conseguentemente, del rapporto naturale che c’è tra la fertilità biologica e quella artistica, tale da rendere difficile la possibilità di scrivere qualcosa di veramente nuovo con la potenza e l’urgenza delle emozioni dettate dalla giovinezza, epoca in cui è più facile provare le già cantate “eccitazioni da prima volta” (da “Costruire”, 2006). Tuttavia, umiltà non vuol dire arresa, ed è il motivo per cui siamo qui ad ascoltare i nuovi respiri di un cantautore a cui di certo non manca il fiato dell’ispirazione. Dalla mia prospettiva di giovane ascoltatore e musicista sognatore, considero le parole di Fabi un esempio di quanto sia vitale sentire di non essere mai giunti al traguardo, di avere il nostro “tutto che ancora si ostina a cercare una via”. È coscienza del senso dell’arte nella nostra esistenza: l’arte esprime un anelito verso la pace, una tensione che mai si esaurisce, perché, se tale sforzo si compisse, non sarebbe necessaria l’arte stessa.

“La vita va dove va il tuo sguardo”: soltanto tenendo lo sguardo alto, possiamo elevare le nostre prospettive e ascendere verso la libertà.

Una splendida immagine di Niccolò Fabi, fotografato da Giulio Cannavale