Aviv Geffen è un cantante e musicista israeliano, noto agli appassionati di prog a livello internazionale grazie al sodalizio musicale con Steven Wilson nell’ambito del progetto Blackfield (sei dischi in studio e un live tra il 2004 e il 2020). In terra natia è un personaggio attivo nella sfera pubblica e non estraneo a polemiche verso il governo, spesso espresse nelle sue canzoni. È figlio del celebre paroliere Yehonatan Geffen (1947-2023).

Cantore della sofferenza e del disagio sociale della propria generazione, Aviv Geffen conduce da più di 30 anni una carriera solista fitta di album (con testi scritti in ebraico) e di esibizioni dal vivo. Ad inizio febbraio 2025, dopo undici anni di pausa, esce il nuovo disco “Historia shel te’unot” (it. “Una storia di incidenti”). Un’opera di breve durata, 7 brani in appena 22 minuti di musica, che però sono sufficienti per esprimere con ricchezza il racconto personale che l’autore vuole fare di sé.

Le liriche dei brani, infatti, si concentrano su diversi aspetti della vita: l’amore, i ricordi, i rapporti interpersonali, lo scorrere del tempo, i cambiamenti interiori, gli eventi del mondo esterno. Si comincia con “At lo ro’ah” (it. “Tu non vedi”), una ballata dolce e malinconica dal sapore settantiano. Si prosegue con “Historia shel te’unot”, il cui arpeggio al contempo quieto e allarmato richiama alcune sonorità dei Blackfield. “Eretz hafukhah” (it. “Terra rovesciata”) è una ballata mesta e struggente, sfogo sofferente e quasi privo di speranze per una terra che ancora oggi è incapace di trovare pace non solo con i suoi vicini, ma anche con sé stessa. Il brano, eseguito per la prima volta dal vivo il 7 ottobre 2024 durante un concerto per le famiglie colpite dagli eventi del 7 ottobre 2023, ha suscitato reazioni poco positive da parte di alcuni membri del governo israeliano, evidentemente chiamati in causa dai versi di chiusura della canzone: “Non ci ruberanno la bandiera / ma hanno rubato il Paese / non può essere altrimenti / in una terra rovesciata”.

Al ritmo appassionato di “Taba” – dal nome della località egiziana sul Mar Rosso dove Aviv Geffen spendeva le vacanze d’infanzia con la famiglia – risponde la sobria drammaticità di “Shavur u-mekhubar” (it. “Rotto e connesso”), che riflette sulla tensione tra presente e passato, tra smarrimento e ritrovamento di sé. In “Zman le-roman” (it. “Tempo per un romanzo”) l’autore critica la fretta di vivere imposta dalla società moderna, che non permette nemmeno di avere il tempo per cominciare una nuova storia d’amore.

Conclude il disco “Anshei ha-geshem” (tr. “Gli uomini della pioggia”), un omaggio di Aviv Geffen al padre Yehonatan, scrittore e paroliere molto celebre in Israele, scomparso nel 2023. L’autore esprime nostalgia e rimorso per non aver saputo vivere fino in fondo il rapporto con suo padre: “Mi manchi / se solo lo sapessi, saresti felice / non ho apprezzato il momento / adesso affogo in un lutto tardivo”.

La nostalgia e il turbamento interiore sono i temi dominanti di “Historia shel te’unot”, un’opera che ha tutte le carte in gioco per restare nel cuore dei suoi ascoltatori, grazie ad un mix equilibrato di strutture semplici e melodie efficaci, inserite in un impianto sonoro ricco ma non sovraccarico. Il disco è stato registrato nei pressi del lago di Tiberiade, nel nuovo studio di Geffen, che all’occasione ha suonato tutti gli strumenti, collaborando per la sezione degli archi con la Budapest Art Orchestra. “Historia shel te’unot” rappresenta un viaggio dentro il cuore e l’anima di Aviv Geffen, che con la musica sente la possibilità di raccontarsi senza schermi e dimenticare, almeno per un po’, le troppe ansie che il mondo di oggi ci lancia addosso.

[Note di lettura dei titoli: la h a fine parola è muta; il nesso kh è da leggersi come la j spagnola in Juan; il nesso sh è da leggersi come nell’italiano scena; la g ha sempre il suono duro, come nell’italiano gara].