Steve Emm ‘Pulsar’ (SteelHeart, 2025)

Quarto album in altrettanti anni per il polistrumentista e cantante italiano Stefano Mainini, in arte Steve Emm, musicista che si diletta in più generi (dal synth pop, al punk metal e persino al black). Qui invece è alle prese con quello che, probabilmente, è il genere che apprezza maggiormente, ovvero un AOR anni ’80 con un taglio hi-tech. Ascoltando le nove tracce più intro, si rimbalza tra riferimenti di Billy Squier, il primo Micheal Bolton e Paul Janz, con un’atmosfera da colonna sonora della serie televisiva da culto “Miami Vice”.  Steve si occupa di tutti gli strumenti e delle parti cantante, con risultati eccellenti, anche se ci sono alcuni contributi esterni, particolarmente significativi, come il bravo Alessandro Del Vecchio che si occupa di condividere con il titolare le parti vocali di ‘Never Too Young To Die’, uno dei brani di punta dell’album, illuminato anche dal sax di Manuel Trabucco, che splende anche in altri due pezzi. Ma da ‘Future Force’ a ‘Into The Fire’ a ‘Private Justice’, al coro ammaliante di ‘Hard Day’s Work’, è tutto un fiorire di hard melodico, che piacerà a tutti gli innamorati del genere. Buona la registrazione ed anche la produzione regge il colpo. Se vi piace il genere non abbiate dubbi, ‘Pulsar’ è una piccola gemma splendente. (Gianni Della Cioppa)

Visualeyezed ‘Bridge Of Events’ (autoproduzione, 2024)

Prendo a prestito le parole di presentazione firmate da Fabio Lentola, mente e motore del progetto: Visualeyezed è un viaggio emozionale e immaginario immersivo attraverso la musica. Ogni traccia ha elementi e caratteristiche di più generi musicali, dall’electro rock al progressivo, metal e synth pop, mantenendo il suo stile distintivo”. Basterebbero queste parole per comprendere la portata di ‘Bridge Of Events’, ma dopo averlo ascoltato, si scopre di più, infatti emergono ulteriori elementi, che tratteggiano atmosfere da colonna sonora, con passaggi elettronici e fino al Bristol sound. Il tutto suonato con attenzione, ogni sfumatura è curata, con il supporto di una produzione stupefacente. Ci sono segnali di elettronica, prog rock e metal, ma la tecnica è sullo sfondo, a dare respiro alle nove tracce c’è un senso di melodia che avvolge e che a tratti conforta, altre volte incute timore. Un album molto bello che innalza lo spirito dell’ascoltatore. (Gianni Della Cioppa)

Ikitan ‘Shaping The Chaos’ (Taxi Drive Records, 2025)

I liguri Ikitan (Di cui ci siamo gia occupati, leggi qui), sono una delle testimonianze più interessanti per quanto riguarda i sentieri del post rock e del noise, in un sound che rimbalza tra Mono, Neurosis, Pelican, lava heavy psichedelica alla Monster Magnet e sperimentazioni vicine ai Motorpsycho. Decine di influenze assemblate con coraggio e spirito sperimentale. Tanti sforzi, dopo un paio di album ed ep, a tiratura limitata, questa volta confluiscono in un album che ha suoni imponenti, con ritmiche potenti e fantasiose. Ad orecchie profane può risultare un sound anomalo, ma chi si pasce di queste sonorità, non potrà che provare estatsi davanti alle colate di energia di ‘Lahar’ e Brnicle’, con la grandiosa ‘Sailing Stones’, la traccia a ami avviso più significativa di un album sonico, dilatato, ricco di cavalcate, che rievoca il suono antico dell’Universo. ‘Shaping The Chaos’ è il punto esatto dove Hawkwind e Voivod trovano un punto di contatto. Complimenti! (Gianni Della Cioppa)

Hyaena ‘Urla’ (autoprodotto, 2024)

Storica band italiana che, tra anni ’80 e ’90, aveva portato l’hard rock progressivo irrorato di metal, a trovare consensi in tutto il mondo. Due gli album ufficiali, due semi antologie, più un ep, ed un demo del 1987, riproposto in una nuova versione dopo quasi tre decenni. Questo il frutto del talento dei toscani Hyaena che riportano a galla un demo incompiuto del 1994, registrato in presa diretta e, come scritto nella copertina della confezione a cartoncino “Tanto schietto, quanto magico”. Dei cinque brani, alcuni li ritroveremo sull’album dell’anno successivo ‘Scene’ su Pick Up Records, ma interpretati da un cantante diverso, mentre qui il canto è affidato a Biagio Volandri Verdolini, che si dimostra all’altezza. Naturalmente anche le parti strumentali, con la chitarra di Gabriele Bellini e le doppie tastiere, svolgono un ruolo fondamentale. Un’altra testimonianza di una grande band italiana che avrebbe meritato ben altra considerazione. (Gianni Della Cioppa) Ascolta l’ep qui.