Ricordo ancora quando arrivò la notizia: Izzy Stradlin è uscito da gruppo. No, non è il titolo del libro di Enrico Brizzi, mi ricordo veramente quando apparve quella notizia. Non sembrava vero che i Guns and Roses potessero perdere i pezzi, sembravano indistruttibili. E’ vero, c’era stato l’allontanamento del batterista Steven Adler
ma si sapeva che sarebbe successo, anche perché Steven non era più in grado di reggersi in piedi. E poi non poteva andarsene proprio Izzy, che dei Guns era stato il fondatore ma anche l’anima nascosta. Con l’uscita di Stradlin iniziò un interminabile andirivieni di chitarristi. Chi lo sostituì per primo fu l’allora sconosciuto Gilby Clarke.


Passò in poco tempo da band ignote come Candy e Kill for Thrills a una band planetaria, come i Guns. Durò mezzo tour di “Use Your Illusion” e il disco di cover “The Spaghetti Incident” poi fu cacciato nel 1994. Qualche album solista godibile, come “Pawnshop Guitars” (1994) e “Hangover” (1997), e qualche apparizione su album altrui, come “Believe in Me” (1993) di Duff McKagan e molti altri. Lo troviamo qui oggi, al Crossroads di Osteria Nuova, un posto che esattamente dieci anni fa ospitò il concerto di un altro chitarrista dei Guns, il bravissimo Bumblefoot. Gilby non sembra molto cambiato dagli anni. Capelli corvini (immagino tinti), chitarra in mano, voce rauca e tanta voglia di suonare rock. Dopo essere stato preceduto dai trevigiani Wardogs, che già in passato gli hanno fatto da spalla, Gilby sale sul palco. Occhiali scuri, jeans neri, accompagnato da un bassista e un batterista l’ex chitarrista dei Guns propone in realtà un repertorio che spazia lungo tutta la sua carriera. Si va da “Cure me…or Kill me” tratta da “Pawnship guitars” (l’unica canzone ad avuto un certo successo commerciale) a “Under the Gun”, tratta dall’album “Swag” del 2002 e dal ritornello accattivante. Non c’è spazio per i fronzoli, Gilby Clarke mette sul palco tutto sé stesso senza filtri o correttivi. E’ un chitarrista onesto, non gli interessano i virtuosismi. Preferisce poche note ma buone. La voce è la pecca più evidente: piatta e poco espressiva. Avesse scelto di portarsi un John Corabi o un
Tracii Guns avrebbe certamente dato ai pezzi una marcia in più. Ma lui è così: prendere o lasciare. “Dead Flowers”, con le sue atmosfere country, ci porta in mezzo alle immense praterie del midwest americano, fra fattorie e allevamenti di cavalli C’è naturalmente spazio anche per i pezzi dei Guns: “It’s so Easy” una delle innumerevoli perle di “Appetite for Destruction”, ci riporta ai fasti della band losangelena e ai loro atteggiamenti più strafottenti. Chi c’era negli Novanta non può ricordare la cover di “Knocking on Heaven’s Door” di Bob Dylan.

Certo, non c’è l’ugola impertinente di Axl Rose ma, in questo caso, la voce di Gilby non sfigura, dando al pezzo un taglio ancora più grezzo. “Patience” è il gioiello acustico che conosciamo tutti, anche se in questo caso il finale è tutto elettrico e va bene anche così. Si chiude con “Tjiuana Jail”, vera e propria colonna sonora dei barrios più pericolosi della città messicana ai confini con la California. Ci poteva stare lo spazio per qualche bis. Invece, il concerto si chiude qui dopo un’ora e un quarto di musica onesta e diretta. Gilby Clarke non passerà alla storia come Slash ma è dannatamente vero. Qualche minuto dopo la fine, è già in mezzo al pubblico a firmare autografi e scattare selfie. C’è qualcuno che si fa un drink?

(Tutte le foto sono di Nick Bondis)