Dalla fascinosa Danimarca e, in particolare, dalla sua splendida capitale Copenaghen, arrivano i Demon Head, quintetto dalle basi heavy doom con una costante e sempre più marcata attitudine gotica, talvolta anche psichedelica.

La band nasce nel 2012 e fino ad ora aveva pubblicato quattro album: “Ride The Wilderness” (2015), “Thunder On The Fields” (2017), “Hellfire Ocean Void” (2019) e “Viscera” (2021).

La crescita costante dal punto di vista compositivo è stata direttamente proporzionale alla dimensione delle etichette per cui gli album sono usciti, con la piccola e misteriosa The Charming Man Records, la specializzata The Sign Records, l’ambiziosa Svart Records e la certezza Metal Blade.

Questo quinto lavoro, “Through Holes Shine The Stars”, vede il ritorno alla Svart e denota una band sempre più variegata e consapevole, dove l’equilibrio compositivo si sposta verso la componente hard’n’heavy, rispetto al precedente in cui prevale quella darkwave.

L’inizio è col botto, infatti, “Chalice” ha un impatto sostenuto, mentre le linee vocali e quelle sinfoniche delle tastiere pennellano melodie accattivanti, con la voce che risulta un mix tra la drammaticità di Eric Clayton (Saviour Machine), il timbro di King Diamond, quando tralascia il suo tipico falsetto, e quello di Kal Swan (Tytan, Lion e Bad Moon Rising), quest’ultimo cantante fantastico, non noto a tutti, ma talmente bravo da essere stato anche candidato al microfono dei Black Sabbath durante gli ‘80.

Ritmiche cavalcanti caratterizzano anche “Draw down the sky”, con i suoi tappeti tastieristici e melodie efficaci, su cui le liriche cantano i loro drammi.

L’introduzione arpeggiata e malinconica di “Our winged mother” sembrerebbe aprire uno spiraglio di stasi, in realtà il brano ha un continuo e graduale crescendo fino ad abbeverarsi alla fonte della potenza, per poi tornare ancora su toni soavi, seppur sempre oscuri.

La splendida “Every flatworm”, con i suoi otto minuti, permette di osare il termine “progressive”, infatti, siamo di fronte a un pezzo totale in cui si evidenzia ogni sfaccettatura tipica dei Demon Head: doom, darkwave, alternanza tra potenza, sinfonismo e delicatezza, parti corali, voce sofferente,….

Ma la libidine in musica non si ferma qui, poiché anche la successiva “Wildfire” rasenta vertici assoluti, partendo da un organo chiesastico maestoso e solenne, da cui si sviluppa un heavy roccioso che gradualmente confluisce in un sinfonismo dall’indubbio fascino.

“Deeper blades” esprime il lato più psych della band, con ritmiche sempre massicce e chitarre taglienti.

Le influenze vocali di cui sopra sono particolarmente evidenti in “Frost”, brano con una marcata accezione oscura che apre la via al finale gotico di “This vessel is willing”, in cui l’interpretazione lirica raggiunge livelli elevati di espressività emotiva.

Lode ai Demon Head, capaci da offrire un’eccellente e personale elaborazione dell’incontro tra hard’n’heavy e darkwave/gothic.

Spero di avere l’opportunità di vederli dal vivo, cercando di compensare la perduta occasione di assistere a una loro performance nel 2019 quando suonarono a Parma di spalla ai mitici occult rockers Coven.

Band:

Mikkel Fuglsang – basso

Jeppe Wittus – batteria

Birk Gjerlufsen Nielsen – chitarra, voce e tastiere

Thor Gjerlufsen Nielsen -chitarra

Marcus Ferreira Larsen – voce, tastiere e chitarra

Guests:

Jim Slade – clarinetto e sassofono

Anders M. Jørgensen – chitarre aggiuntive

Adam Ccsquele – batteria aggiuntiva su “This vessel is willing”