Anche se fuori tempo massimo abbiamo pensato che un concerto di Patti Smith valga sempre la pena di essere raccontato!

É una giornata serena di fine estate. La temperatura è gradevole, spira un leggero venticello fra le rovine di Ostia antica. Lungo il viale che conduce al teatro romano si snoda un serpentone di persone che ordinatamente si dirigono verso il palco dove suonerà Patti Smith. A quasi settantotto anni, la poetessa americana, musa della New York decadente degli anni Settanta, crede ancora nella forza della parola e delle note. I suoi versi sono ancora lì e ci fanno emozionare, come ormai capita di rado. E ci fanno pensare. Già, pensare.
É un verbo non scontato in una società piena di armi di distrazione di massa. Pensare ed emozionare.
Patti Smith (di cui vi abbiamo raccontato il concerto dello scorso dicembre a Schio, nda)riesce a farci fare entrambe le cose. E forse l’emozione è anche un po’ sua. Suonare in un teatro romano è un’esperienza unica. Se poi aleggia lo spirito di Pier Paolo Pasolini, che proprio da queste parti è stato ucciso quasi cinquant’anni fa, è da brividi. Lo spirito del poeta italiano pervade ogni angolo (non a caso il concerto di questa sera è intitolato “Pasolini and the sea”). “Redondo Beach” apre il concerto ed è subito magia, grazie all’acustica perfetta e al suo ritmo reggae incalzante.

Con “Summer Cannibals” si fanno sentire le chitarre di Jackson Smith (che di Patti Smith è figlio) per un rock puro e sanguigno che non ha bisogno di effetti speciali o di intelligenza artificiale. “Ghost Dance” ci introduce, con le sue melodie sciamaniche, in un mondo fatto di rituali e di spiritualità. “Cash” è rock è niente altro: quattro quarti, qualche accordo di chitarra e un discreto basso in sottofondo. Ma quanta passione e quanta vita c’è in quelle note! E poi c’à la voce di Patti Smith, che è un vero e proprio strumento. Ascoltatela dal vivo in “Dancing Barefoot”: la sua voce roca e profonda ci porta verso un’altra dimensione. Ipnotizza come quella di Jim Morrison, scuote come quella di John Lennon. E poi rimane sola in tutta la sua bellezza e pienezza: in tre momenti diversi, infatti, Patti Smith si ferma per declamare una poesia di Pasolini. I versi echeggiano fra le rovine romane mentre, sugli spalti, il pubblico non è altro che una costellazione di occhi che fissano, sognanti, la poetessa. A spezzare l’incantesimo ci pensa “Gloria: in excelsis deo”. La conoscete tutti: è una lunga cavalcata che esplode in una furia punk degna dei migliori anni della Grande Mela, quando al CBGB non c’era, come oggi, la boutique di John Varvatos ma suonavano i Ramones e i Velvet Underground. Con “Peaceable Kingdom” emerge la Patti Smith più politica e sensibile verso la causa del popolo palestinese. “Pissing in a river” è cuore e anima, dove si alternano chitarre impazzite a dolci accordi di piano e organo (suonati dal bravissimo bassista/factotum Tony Shanahan, uno che ha lavorato con Robert Plant, Michael Stipe e Ian Hunter, fra gli altri). Verso la fine del concerto spicca la versione di “Smells Like Teen Spirit” dei Nirvana, contenuta nell’album “Twelve” del 2007. La Smith non ha mai fatto mistero della sua ammirazione per Kurt Cobain e lo si vede anche sul palco, dove la cantante americana si dimentica gli anni sul groppone e comincia a saltare come i ragazzi del celeberrimo videoclip della canzone. C’è spazio per altre due cover: “The Man in the Long Black Coat” di Bob Dylan e “Fire” di Jimi Hendrix. Si chiude con l’epocale “People Have The Power”, che mantiene intatto il suo incedere da inno generazionale e fa calare il sipario su una serata intensa, fatta di musica vera e poesia. E chissà se Pasolini non abbia gradito da lassù.