Mi piacciono le cose strane nel rock. Oddio, non è che un bel riffone diretto degli AC/DC non mi dia soddisfazione, ma fa piacere quando qualcuno si inventa ancora qualcosa di assurdo in un panorama musicale che qualcuno pensa sia ormai decotto. E quindi ben vengano questi Goat, svedesi (ora residenti a Goteborg) che dicono di venire tutti da un fantomatico paesino chiamato Korpilombolo, con un passato in qualche modo legato al voodoo, e che in dodici anni dal primo disco, non hanno mai detto i loro nomi né mostrato il loro volto, sempre celato dietro maschere arcaiche. Parliamo quindi di un collettivo, che potrebbe anche non essere sempre lo stesso, che potrebbe anche essere variato completamente da disco a disco. Una libertà d’azione che del resto si riflette nella musica. Che genere fanno i Goat? Boh. Teoricamente è un heavy psych rock influenzato da tanti altri generi, dal jazz al funky. In realtà dobbiamo attenerci alle loro parole e darne conferma: “Quando ci ritroviamo per provare non componiamo canzoni, facciamo musica”. Insomma, è un flusso che parte e poi prende la direzione che il momento e l’iniziativa dei musicisti decidono. E così “Goat”, settimo disco della band e terzo in tre anni (anche se i capisaldi della loro produzione restano l’esordio ‘World Music’, manifesto della loro filosofia fin dal titolo, e il superlativo ‘Requiem’) parte con un pezzo heavy che ricorda tanto i Jane’ Addiction di “Ritual De Lo Habitual”, ma poi sterza subito verso un paio di pezzi quasi di atmosfera e poi si lancia in una cavalcata fra desert sound e Jimi Hendrix.

E così via fino alla fine, senza mai la conferma di uno stile fra una traccia e l’altra, anzi andando a chiudere con un paio di brani in puro stile funky e perfino hip hop. Da non riuscire a raccapezzarsi. Ed è questo il bello. Chi ha voglia di raccapezzarsi quando ascolta un disco, essere stupiti nota dopo nota è la cosa più bella. E non abbiamo neanche parlato dei testi o dei motivi ispiratori delle canzoni. Per esempio il singolo “Ouroboros”: l’uroboro è quel simbolo circolare con un serpente che si morde la coda, che nelle culture antiche simboleggia il continuo ciclo fra la vita e la morte e la brutalità della natura. Lasciarsi trasportare, farsi avvolgere e calarsi in in un mondo di simboli e visioni antiche e mistiche. Tutto questo lo potete fare ascoltando “Goat”. Non è mica poco.