Nei sobborghi a nord di Mexico City, intorno al 2013, nascono i Rider Negro, band di rock psichedelico che racchiude nel suo sound elementi latini, desertici, western, blues e con una certa indole progressiva.
Se devo citare delle influenze, risultano innegabili quelle di Doors e Pink Floyd.
Hanno all’attivo un solo album con una pubblicazione discografica a step: infatti, il formato digitale è disponibile autoprodotto dal 2020, a cui è seguita la stampa in cd ad opera dell’etichetta tedesca Clostridium Records nel 2021.
Da poco, dopo un triennio e sempre per la stessa casa discografica, è uscita la versione in vinile comprendente alcuni brani in meno e con la copertina diversa, probabilmente perché avrebbero dovuto optare per un doppio.
Nell’analisi dell’album farò riferimento alla versione in cd per dare un’idea più completa delle composizioni.
“Fires at the cosmic dawn” è già emblematica dal titolo; gli effetti iniziali danno l’idea del viaggio e poco importa attraverso cosa, spazi cosmici o lande desertiche; ritmiche pulsanti, chitarre psichedeliche e tappeti di organo fanno da base alla voce morrisoniana di Tlaca Serrano.
Il countdown di “Dry and soft” ci porta direttamente nello spazio e lo fa con la netta sensazione di essere al cospetto dello spirito di Jim (che abbiano ragione coloro che ritengono sia ancora vivo?), ma anche di Manzarek a giudicare dalle fughe tastieristiche.
“El buitre” ci riporta con i piedi per terra, ma, più precisamente, nei pressi di qualche saloon, con melodie liquide al distillato di whiskey e percussioni tribali.
Gli oltre dieci minuti di “In an ancient Ziggurat” manifestano l’anima più pinkfloydiana e al contempo blueseggiante della band, per poi piano piano trasformarsi in un fiume in piena psichedelica da cui emerge un assolo commovente.
Dopo tanta grazia, per riprendersi nulla di meglio che una suite(!), “The wizard”, divisa in quattro movimenti: il primo e il secondo, “Prelude to the dream” e “The world within”, sono brani preparatori; nel terzo, “Beta orionis”, il basso pulsante e gli spunti chitarristici richiamano il duo Waters/Gilmour, per poi accelerare con la partenza del quarto, “Path to the core”, e i suoi otto minuti di delizia pura.
La psichedelia orientaleggiante di “Tehran conjuring” crea un momento di stasi che prelude al finale della title track con cui si torna verso territori doorsiani dove la voce profonda, i fraseggi di organo e le ritmiche arricchiscono di epicità il brano, garantendo una degna chiusura ad un lavoro eccellente.
Ricordo che il cd contiene due bonus track: la prima è una versione di strada di “Hybris dry and soft” e la seconda è la title track eseguita dal vivo (ques’ultima presente pure sul vinile).
Poco importa se le fonti di ispirazione sono marcate, se non inventano nulla… qui siamo davanti ad un disco suonato a meraviglia, pieno di grandi brani e, soprattutto, dispensatore di emozioni à gogo.

Band:
Tlaca Serrano – voce e chitarra
Pedro Malo – basso e cori
Simón Venegas – tastiere, organo e campionature
Fernando Pérez – batteria e cori
Fernando Salinas – piano e tastiere
Aldo Arellano – basso su “The echo of the desert”
Guests:
Mark Camarena – chitara su “Dry and soft”
Ariel Carreno – basso su “In an ancient of zigurat”
Israel Gáez – tastiere e synth su “In an ancient of zigurat”
Immanuel Aguilar – banjo egiziano su “In an ancient of zigurat”
Daví González – percussioni
Live musicians:
Israel Gáez – tastiere e piano
Zaíd Gutiérrez – batteria
Nisaí Jiménez – basso e cori
Cristofer Munoz – basso
Fabián Ferrer – tastiere
Hugo Molina – basso